Usa, l’incerto cammino di Biden

Fonte: Corriere della Sera

di Massimo  Gaggi

Ulteriore caduta della popolarità del presidente nei sondaggi, nuovo stallo in Congresso su riforme sociali e investimenti in infrastrutture e le sconfitte a raffica della sinistra in Virginia e nelle altre elezioni locali di martedì

Giovedì scorso, prima di partire per Roma, Joe Biden aveva avvertito i leader del suo partito: «Non è un’iperbole dire che il futuro della maggioranza democratica alla Camera e al Senato e la mia stessa presidenza saranno determinati da quello che accadrà la prossima settimana». Non è quindi improprio descrivere i fatti degli ultimi giorni — l’ulteriore caduta della popolarità del presidente nei sondaggi, il nuovo stallo in Congresso su riforme sociali e investimenti in infrastrutture dopo la sortita con la quale il senatore Joe Manchin ha fatto saltare un accordo che sembrava a portata di mano e le sconfitte a raffica della sinistra in Virginia e nelle altre elezioni locali di martedì — come una vera débâcle per il fronte progressista.
È il preannuncio di una perdita del controllo di Camera e Senato nelle elezioni di midterm del prossimo anno che appare, a oggi, pressoché inevitabile, stando alle stesse parole del presidente. Con l’incubo di dover poi affrontare nel 2024 in un clima ancor più surriscaldato di quello dello scorso anno e con un Biden indebolito (o con un altro candidato democratico che, a oggi, non c’è) un nuovo referendum su Donald Trump. In politica il vento può cambiare repentinamente: «Godetevi il boom di Biden» titolava, festoso, solo sei mesi fa il Wall Street Journal, organo dei conservatori. Qualora nei prossimi mesi pandemia e prezzi tornassero sotto controllo, l’orizzonte dei democratici potrebbe farsi un po’ meno cupo. Ma gli ostacoli da rimuovere per riprendere la rotta sono numerosi, di diversa natura e, in qualche caso, fuori dalla portata d’intervento della politica.
Deve far riflettere il fatto che, in un martedì elettorale da tregenda, la notizia migliore per i democratici è venuta da Minneapolis, città quasi totalmente democratica, dove i cittadini hanno nettamente bocciato la proposta della sinistra radicale di abolire il dipartimento di polizia. Nella città sconvolta dall’uccisione di George Floyd ma anche dall’ondata di violenze seguite a quel tragico evento, ha prevalso la preoccupazione del sindaco Frey (rieletto) e dei democratici moderati di non dare un segnale che sarebbe stato interpretato da molti (e strumentalizzato dai repubblicani) come un abbassare la guardia sulla tutela della sicurezza dei cittadini in tempi di crimini di nuovo in forte ascesa. Anche da New York viene un segnale in questo senso con la prevista elezione a valanga del sindaco democratico afroamericano Eric Adams: un ex poliziotto che vuole riforme anche nella pubblica sicurezza, ma ha centrato la sua campagna sui temi law and order.
Dalla Virginia al New Jersey dove il governatore democratico, dato per sicuro vincitore con ampio margine dallo stesso partito repubblicano, è stato costretto a un umiliante testa a testa con un avversario semisconosciuto che aveva fatto campagna, di fatto, solo su Facebook, i democratici hanno perso le loro sfide per un mix di fattori nazionali e locali: a livello nazionale l’inflazione che mangia i redditi, la lotta contro la pandemia non vissuta più come un tema centrale mentre affiora la stanchezza per le misure di protezione in vigore ormai da quasi due anni e le riforme economiche e sociali bloccate dalla spaccatura dei democratici in Congresso; a livello locale la sicurezza, le tasse (quelle sulla casa rischiano di salire in New Jersey) e le cosiddette «guerre culturali» soprattutto per quanto riguarda l’insegnamento scolastico in materia di razzismo: in Virginia Glenn Youngkin ha battuto Terry McAuliffe anche accusandolo di accettare che nelle scuole venga insegnato che l’America è un Paese nato sullo schiavismo, anche se la Critical Race Theory dei radicali non rientra nei programmi di nessun istituto.
Forse anche perché consapevoli della complessità di tutte queste sfide e della forza dei venti contrari che dovevano affrontare, i democratici hanno cercato di galvanizzare i loro elettori e di spaventare gli indipendenti evocando il fattore Trump: non ha funzionato perché i candidati repubblicani, pur usando a volte tecniche elettorali spregiudicate o addirittura brutali, di stampo trumpiano, non si sono presentati come scudieri dell’ex presidente e lui è rimasto abbastanza in disparte.
A parte i fattori più strettamente politici, ora, per poter immaginare un recupero, i democratici avrebbero intanto bisogno di una svolta dell’economia con una forte ripresa delle attività produttive e il rientro di un’inflazione oggi galoppante. Difficile che possa avvenire nell’arco di pochi mesi. La Federal Reserve ieri ha cominciato a togliere il piede dall’acceleratore dei sostegni finanziari all’economia: serve a contrastare l’aumento dei prezzi, ma rischia anche di rallentare la ripresa. Lo stesso Biden è accusato di aver alimentato l’inflazione con i 1900 miliardi di sostegni all’economia e alle famiglie stanziati nei primi mesi del suo mandato. Ma a far arrabbiare i cittadini di un Paese fatto di case sparse nel territorio senza servizi di trasporto pubblico efficienti dove anche i più poveri hanno bisogno di un’auto, sono, oltre agli aumenti dei prezzi degli alimentari, l’impennata della benzina e quella delle quotazioni delle vetture usate: costosissime o addirittura introvabili.
Fattori — prezzi mondiali dell’energia e scarsità di microchip che ha fatto crollare la produzione automobilistica — fuori dalla portata della Casa Bianca ma che contribuiscono a far crescere quel malessere che, alimentato anche dai tanti servizi mal funzionanti (migliaia di voli cancellati, nessuno che viene a riparare la lavastoviglie rotta per mancanza di personale o di pezzi di ricambio) si traducono poi i un giudizio negativo sulla gestione dell’economia da parte di Biden.

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