Usa e Cina, gli incerti equilibri

Fonte: Corriere della Sera

di Angelo Panebianco

A parte gli effetti sulla galassia dell’estremismo islamico, l’abbandono dei soldati americani dell’Afghanistan come sarà interpretato dai cinesi, tesi oggi a riconquistare la posizione dominante mantenuta per millenni in Estremo Oriente?


Anche se al momento la pandemia complica le cose, tanti commenti sulle vicende internazionali sembrano trasmettere all’opinione pubblica occidentale sia speranza che disorientamento. La speranza è che, con il recente avvicendamento alla Casa Bianca, gli occidentali possano di nuovo contare sulla leadership degli Stati Uniti. «L’America è tornata», c’è di nuovo una guida: è un’idea che circola soprattutto in Europa. Ma oltre alla speranza c’è il disorientamento. A causa di un mondo troppo complesso per consentire pronostici. Lasciata ormai da tempo alle spalle la breve stagione dell’unipolarismo americano (quando, scomparsa l’Unione Sovietica, una sola superpotenza occupava il vertice della gerarchia internazionale senza doversi preoccupare di rivali), il declino relativo degli Stati Uniti e l’ascesa della Cina hanno inaugurato una nuova fase di competizione fra grandi potenze. Nell’età multipolare in cui siamo da tempo entrati ci sono molti «giocatori», di taglia e forza diversa, non solo grandi potenze (Stati Uniti, Cina, Russia) ma anche medie, come ad esempio, in questa parte del mondo, Turchia o Iran. Ciascuno di questi giocatori agisce per suo conto, con propri interessi e proprie strategie. Ma più giocatori ci sono, più il gioco diventa complesso e il suo andamento imprevedibile.
Se si guarda alle scelte fin qui compiute dall’Amministrazione Biden, tanto in politica interna quanto in politica estera, si deve forse sospendere il giudizio: le conseguenze di quelle scelte potrebbero rivelarsi in futuro benefiche per tutti o dannose. Tanto il massiccio ricorso alla spesa pubblica per rilanciare l’economia colpita dal Covid quanto l’annuncio di Biden di volere abbattere del cinquanta per cento le emissioni di gas in un decennio , sono state accolte con grande favore dai più. L’iniezione di miliardi (che fa seguito a un ancora più massiccio intervento dell’Amministrazione Trump), rimettendo in moto la locomotiva americana, e sommandosi alla (formidabile) crescita cinese, può ridare slancio all’economia globale. A sua volta, la decisione sulle emissioni — così è stata giudicata dai più — ha il significato di una svolta storica: l’inizio di una fase in cui ci si occuperà sul serio di contrastare i cambiamenti climatici. Forse sarà davvero così.
Ma c’è anche un possibile rovescio della medaglia. Come tante volte è accaduto , il declino delle grandi potenze può essere accelerato da una combinazione di cause interne ed esterne. Fra le cause interne c’è spesso un divario crescente fra le spese statali che lievitano e le entrate che si contraggono. Tanto il rilancio dell’economia americana quanto la nuova politica del clima impongono agli Stati Uniti una dilatazione della spesa pubblica . Rischi inflazionistici a parte, se ciò verrà compensato da un rilancio in grande stile, e duraturo, dello sviluppo economico, tutto bene. Ma se questa compensazione non ci sarà o sarà solo parziale, allora potrebbero nascere, per la posizione degli Stati Uniti nel mondo, crescenti difficoltà. Anche perché quel molto in più di spesa pubblica va a sommarsi ai costi sempre altissimi che dipendono dall’impegno militare americano. Rilancio o accelerazione del declino? Al momento, non c’è una risposta certa. Si aggiunga che la competizione in un mondo multipolare è resa imprevedibile per il fatto che le mosse di questa o quella potenza possono essere interpretate in vari modi dagli altri giocatori.
Si prenda, ad esempio, la decisione di Biden che rende definitivo l’abbandono dell’Afghanistan. Il ritorno al potere dei talebani a Kabul non è un’ipotesi ma una certezza. L’America riconosce di avere perduto quella guerra. Come riconobbe, negli anni Settanta, di essere stata sconfitta in Vietnam. All’epoca, l’America temeva l’effetto domino: l’abbandono del Vietnam del Sud, pensavano gli americani, distrugge la nostra credibilità , rischiamo di consegnare ai comunisti diversi altri nostri alleati in Asia. Allora l’effetto domino non ci fu. Ma il mondo bipolare (due sole superpotenze) dell’epoca era più «semplice», meglio controllabile da parte delle superpotenze, del mondo multipolare (tanti giocatori) di adesso. A parte gli effetti (galvanizzanti, plausibilmente) di quell’abbandono sulla galassia dell’estremismo islamico, come verrà interpretato dai cinesi, tesi oggi a riconquistare la posizione dominante mantenuta per millenni dall’impero celeste in Estremo Oriente? Come verrà giudicato da una Russia che vorrebbe recuperare, dopo la Crimea, anche il pieno controllo di parti dell’Ucraina, oltre che mantenere la sua attuale posizione di forza in Medio Oriente? O dalla Turchia? Nella valutazione degli autocrati conterà comunque di più la fermezza di Biden contro le loro mire espansionistiche?
Lo storico Niall Ferguson ha osservato che i cinesi, dopo che, in violazione dei patti sottoscritti, sono riusciti a normalizzare Hong Kong, potrebbero decidere , presto o tardi, di riprendersi anche Taiwan. Rendendo così altissime le probabilità di un conflitto armato con gli Stati Uniti e con i loro alleati in Asia orientale.
Si noti che i fraintendimenti delle mosse altrui , con tutte le conseguenze negative del caso, possono dipendere tanto da differenze culturali e di mentalità fra i governanti quanto dal fatto che le grandi potenze sono governate diversamente. Una cosa è la democrazia americana, un’altra i regimi autocratici . Le scelte di Biden sono condizionate dalla necessità di mantenere compatto il partito democratico , di tenerne uniti moderati ed estremisti. Al Senato , dove lo scarto fra democratici e repubblicani è minimo, le misure economiche di Biden sono state approvate con 50 voti a favore e 49 contro. Basta poco per «mandare sotto» l’Amministrazione. Niente di ciò può preoccupare Xi Jinping: a lui basta la certezza di avere dalla sua parte i pochi oligarchi che lo circondano. Pur essendo alla testa del Paese più inquinatore del pianeta egli può perfino dichiararsi disponibile per serie politiche anti-inquinamento. Tanto , in caso di inadempienza, non avrà il fastidio di risponderne alla (inesistente o imbavagliata) opinione pubblica interna. Spera per il meglio ma non escludere il peggio. È la massima prudenziale più appropriata quando si ha a che fare con la politica internazionale.

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