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Mar 06

Un green deal da esportazione per l’Africa

Fonte: Sole 24 Ore

di Simone Tagliapietra


Ursula von der Leyen ha fatto della lotta al cambiamento climatico la priorità assoluta della sua Commissione, proponendo un Green deal europeo finalizzato a rendere il continente neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050. Questo è un bene per l’Europa e per il mondo.
È un bene per l’Europa, perché la decarbonizzazione rappresenta un’occasione storica per rivitalizzare l’economia del continente, aprendo la strada a un nuovo sviluppo industriale incentrato sulle tecnologie (verdi) di domani. È un bene per il mondo, perché dimostra che perseguire la neutralità climatica entro il 2050 non è solo tecnicamente ed economicamente fattibile, ma anche politicamente possibile.
Il Vecchio continente produce il 9% delle emissioni globali di gas serra: è, dunque, evidente che un Green deal incentrato solo sull’Europa non può rappresentare una risposta radicale alla sfida del clima.
L’unico modo attraverso cui l’Europa può affrontare davvero il cambiamento climatico è quello di portare il Green deal oltre i suoi stessi confini, facendolo divenire globale.
Il miglior modo per fare ciò sembra essere quello di razionalizzare e rafforzare l’architettura finanziaria continentale per lo sviluppo, oggi frammentata in una vasta gamma di strumenti gestiti dalla Commissione Europea, dalla Banca europea per gli investimenti (Bei), dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) e dai singoli Paesi.
Prendiamo l’esempio della cooperazione tra Europa e Africa nel settore energetico. Nel corso dei decenni, l’Unione europea e i suoi membri hanno dato vita a una miriade di iniziative volte a promuovere l’elettrificazione e lo sviluppo sostenibile del continente. Tale frammentazione limita, tuttavia, la capacità dell’Europa di fare massa critica e di fare leva sulla vasta scala dei propri investimenti per stimolare nei Paesi africani quelle riforme del settore energetico che sono prerequisito fondamentale per attrarre gli investitori privati europei e internazionali. Nell’attuale labirinto di iniziative europee capire chi fa cosa risulta difficile dallo stesso osservatorio di Bruxelles, figuriamoci dalla prospettiva degli stessi Paesi africani. La confusione risulta ancora più evidente se si pensa a come gli altri attori globali si muovono nel continente africano. Si pensi alla Cina, innanzitutto, capace di agire in modo monolitico nelle varie realtà del continente.
Ma si pensi anche agli Stati Uniti che, grazie alla consapevolezza maturata durante la presidenza Obama sulla necessità di muoversi in modo più unitario e coeso nel settore energetico africano, si sono dotati di un’iniziativa – Power Africa – proprio finalizzata a canalizzare in un unico strumento le varie iniziativa governative e private nel settore.
Questo è l’esempio che l’Europa dovrebbe seguire. L’attuale, frammentato, sistema tende a creare sovrapposizioni, inefficienze e costi di transazione complessivamente più elevati. Le risorse pubbliche europee sarebbero, dunque, investite meglio se convogliate in un unico strumento volto a coordinare le iniziative delle istituzioni europee in primis, e idealmente anche degli stessi Paesi membri in un secondo momento, attraverso una piattaforma unica.
Per questo motivo l’Europa deve combinare gli strumenti attuali in un’unica entità finanziaria per lo sviluppo sostenibile, come la Banca europea per il clima e lo sviluppo sostenibile proposta lo scorso anno dal Gruppo di saggi sull’architettura finanziaria europea per lo sviluppo istituito dal Consiglio europeo.
Una Banca europea per il clima e lo sviluppo sostenibile potrebbe diventare il braccio di investimento esterno del Green deal europeo, spingendolo oltre i confini del continente. Tale approccio rappresenterebbe una triplice vittoria. In primo luogo, permetterebbe all’Europa di realizzare le sue promesse – fatte nel quadro dell’Accordo di Parigi – di sostenere finanziariamente i Paesi in via di sviluppo nella loro azione per il clima. In secondo luogo, consentirebbe all’industria europea – che è molto competitiva in diverse tecnologie verdi – di trovare nuovi mercati. In terzo luogo, rappresentando un tangibile e importante aiuto allo sviluppo economico dei Paesi africani, fornirebbe un inestimabile dividendo per l’Europa anche in termini di politica estera. Non un elemento di secondo piano, per un continente alla ricerca di un suo ruolo geopolitico nel mondo.

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