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Giu 03

Un anno di governo e le due patrie (tra giallo e verde)

Fonte: Corriere della Sera

di Antonio Polito

Contrasti sempre più forti, fino alla divisione sul simbolo più «sacro». Essere indecisi sul significato del 2 Giugno vuol dire divergere sull’unità nazionale, e dare il cattivo esempio dall’alto


Ma due che non sono d’accordo su che cosa si festeggi il 2 giugno, e dunque su che cosa sia la Repubblica, possono governare insieme la Repubblica? La domanda è legittima dopo l’ultima bisticciata tra i Cinque Stelle e la Lega, perché questa volta ha un carattere per così dire solenne e istituzionale, visto che avviene tra la terza carica dello Stato, il presidente della Camera Roberto Fico, e la seconda carica del governo, il vicepremier Matteo Salvini, e riguarda niente di meno che la Festa della Repubblica e il suo significato, non la riapertura delle case chiuse o la chiusura dei negozi alla domenica. Per Fico, infatti, è sì la festa degli italiani, ma soprattutto dei «migranti, dei rom e dei sinti», una specie di giornata rivoluzionaria dello ius soli che non c’è. Per Salvini, invece, che quando sente la parola «inclusione» mette mano alla pistola come se avesse un ladro in casa, è la festa degli italiani, prima gli italiani e — par di capire — solo gli italiani.

Di Maio cuce, Fico scuce
Non che si debba dare un particolare valore ideale a queste querelle. Fico l’ha detto apposta per far «girare le scatole» a Salvini; e pure a Di Maio, che fa la Penelope, lui cuce e Fico scuce, e che infatti se n’è adontato. D’altra parte, appena sei anni fa Salvini diceva che la Festa della Repubblica andava abolita, basta parate inutili e dispendiose, mentre oggi rimprovera la ministra della Difesa Trenta di non essere abbastanza marziale. Non è dunque detto che tra sei anni Fico non se ne vada in giro avvolto in un tricolore. Non c’è niente come la patria per eccitare la demagogia dei politici. Almeno da quando quel sant’uomo di Ciampi, nel Duemila, ripristinò la Festa del 2 Giugno e la parata militare; pur nel timore — parole sue — che «potessero prevalere letture di parte di quella giornata». Ecco, caro presidente, ieri sono prevalse. Ma anche senza attribuire un particolare significato ideale alla polemica di ieri, bisogna ammettere che varca un limite. La Repubblica è una e indivisibile, appena un anno fa hanno giurato tutti sulla stessa Costituzione, e che ne venissero fuori due, che si contendessero anche il tricolore, nel giorno «sacro» del 2 Giugno francamente non ce l’aspettavamo. Perché quello scoppiato ieri è un conflitto sotto il quale si nascondono visioni opposte del Paese: per uno un campo profughi, per l’altro un campo militare.

La credibilità dell’Italia
Assistiamo da un anno a dissidi continui. Ma fin quando si bisticcia sul tetto della sanatoria fiscale, sulle fattispecie della legittima difesa, sulla durata della prescrizione e dei contratti a termine, sugli aiuti alla famiglia e il bonus bebè, siamo ancora nella patologia della politica. Succedeva nei governi di coalizione, in cui i partiti erano alleati (Prodi e D’Alema, Berlusconi e Fini), tanto più in un governo di contratto tra due partiti avversari. Il Sole 24 Oreha calcolato 31 questioni sulle quali «gialli» e «verdi» sono in rotta di collisione come una nave crociera e una banchina. Di ben altra gravità, perché chiama in causa l’immagine e la credibilità dell’Italia, è il conflitto sulla politica estera: il mondo non ha ancora capito se il governo italiano considera il dittatore del Venezuela Maduro un amico o un tiranno da spodestare, se la Russia è un alleato o siamo alleati dei Paesi europei che le hanno imposto le sanzioni, se la Cina ci piace fino al punto di incamminarci sulla Via della Seta oppure è il nuovo imperialismo che ci vuole spolpare. Non siamo neanche sicuri quale metà del governo voglia sforare i limiti di Maastricht, perché Di Maio festeggiò il deficit eccessivo per il reddito di cittadinanza ma di recente l’ha deprecato per la flat tax. Un offensivo motto di spirito del passato diceva che l’Italia non terminava mai una guerra dalla parte dove l’aveva cominciata. Bisogna ammettere che con l’attuale governo non sarebbe mai accaduto: metà avrebbe fatto la guerra da una parte e metà dall’altra.

Dividersi sull’antifascismo mette i brividi
Ognuno si sarà fatta la sua idea su che cosa lo preoccupi di più di questa dicotomia perenne, giallo e verde, bianco e nero, bionda e bruna. Per quanto mi riguarda, lo confesso, è la teoria dello Stato, se posso usare un termine forte. Essere indecisi sul significato del 2 Giugno, per esempio, vuol dire divergere sull’unità nazionale, e dare il cattivo esempio dall’alto. Dividersi sull’antifascismo, settanta anni dopo, mette i brividi. Non concordare sulla divisione dei poteri, arrendendosi al primato del giudiziario oppure non tollerandone l’autonomia, è qualcosa che tocca la grammatica costituzionale. Pare che oggi il premier Conte farà un richiamo pubblico alla concordia e alla solidarietà interna al governo. Auguri. Prima però dovrebbe controllare se i suoi due vice sono almeno d’accordo sui poteri del presidente del Consiglio, ammesso che gliene riconoscano alcuno.

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