Transizione ecologica, tre dubbi

Fonte: Corriere della Sera

di Andrea Carardini

Merita il plauso del Paese e del Fai lo slancio del governo per l’ambiente e contro la lentezza della burocrazia


Caro direttore, lo slancio verso la transizione ecologica di questo governo merita il plauso sincero del Paese e del Fai, così come il proposito di semplificare i processi burocratici che rischiano di minarla. Circola, tuttavia, in questi giorni la bozza di un prossimo «decreto semplificazioni», che non ci sembra procedere nella direzione auspicata almeno in tre punti.
A) Si propone di ridurre i tempi del processo di valutazione dei progetti passati i quali scatta per legge il silenzio-assenso. Perché si insiste a favorire questo obsoleto, prepotente e pessimo strumento decisionale, che gravemente mina il diritto-dovere di espressione degli organismi competenti, come le Soprintendenze, ma anche degli enti locali e dei cittadini, singoli o associati, nei confronti di interventi che necessitano invece di un’analisi critica competente e condivisa e talvolta anche di un dibattito pubblico? Perché, piuttosto, non si regolano, vincolano e orientano a priori quegli stessi interventi, così che si presentino alla valutazione già in grande parte adeguati? E perché non si prevede il coinvolgimento preventivo delle Soprintendenze, così che non siano come al solito ridotte al ruolo di soli «valutatori», ma piuttosto di «copianificatori», in modo che i progetti copianificati «scivolino» più facilmente e velocemente verso l’autorizzazione e la realizzazione? Sosteniamo da sempre che la copianificazione, su cui si fondano i Piani Paesaggistici Regionali, è lo strumento migliore per semplificare e sciogliere realmente il nodo burocratico che frena la trasformazione del paesaggio, in direzione di uno sviluppo in equilibrio con l’ambiente.
B) Nella suddetta bozza si specifica che la competenza delle Soprintendenze ricade solo sulle aree sottoposte a vincolo, così escludendole dal valutare interventi nelle aree «contermini», cioè limitrofe. Perché privare della necessaria valutazione, a esempio, l’impatto visivo di interventi che, pur non ricadendo in aree vincolate, ne possono compromettere il paesaggio? E perché ugualmente escludere le aree che, a esempio, non presentano un vincolo archeologico solo perché ad oggi non sono emersi resti archeologici da vincolare, che tuttavia potrebbero giacere nel sottosuolo non ancora indagato?
C) Si fa strada, infine, l’idea di una nuova commissione nazionale interna al Ministero della Transizione ecologica, incaricata della Valutazione di Impatto Ambientale (Via) dei progetti del Piano di ripresa (Pnrr). Perché istituire una nuova commissione di ben quaranta membri, laddove ne esiste già una allo stesso scopo, composta da altrettanti membri, da poco selezionati, nel 2019, e interna al medesimo ministero, che allora si chiamava Ministero dell’Ambiente?
Così come ho suggerito pochi giorni fa al ministro Franceschini durante la conferenza stampa delle Giornate Fai di Primavera, da questo quadro emerge la necessità che il nuovo Ministero della Cultura, che riguarda la natura quanto la storia, si doti finalmente di nuove indispensabili risorse — oggi chiaramente insufficienti — così come di nuove competenze sulle due culture, che gli consentano di affrontare in modo unitario e globale le sfide antiche e nuove che riguardano la tutela ma anche l’evoluzione del paesaggio italiano.
Presidente del Fai

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