Silenzio elettorale, una legge che ha senso nell’era del digitale?

Fonte: Corriere della Sera

di Anonio Polito

Dai leader dei grandi partiti fino ai peones, in molti ieri hanno infranto la regola (che risale al 1956)

Come tante altre finzioni, anche il «silenzio elettorale» ha fatto il suo tempo. La giornata di domenica, tra il comizio di Berlusconi appena fuori dal seggio; il lungo video di Giorgia Meloni in cui risponde alle accuse del filmato di Fanpage sul suo europarlamentare Fidanza e il «barone nero» che frequenta; la polemica politica sul web per stabilire se l’incendio del Ponte di ferro a Roma è colpa della Raggi o è la solita manovra dei poteri forti come i cinghiali e l’immondizia; sono tutte prove che l’efficacia della norma del 1956, sessantacinque anni fa, è finita per desuetudine, consunzione, collasso strutturale. Le cause sono due.

La prima è quella cui ormai diamo la colpa di tutto ciò che non funziona: la Rete. In effetti la parola «silenzio» è una bestemmia per la società digitale, che vive di chiacchiere e bla bla bla. Però la legge non sopprime la conversazione, si limita a vietare «i comizi, le riunioni di propaganda elettorale diretta o indiretta, in luoghi pubblici o aperti al pubblico, la nuova affissione di stampati, giornali murali o altri e manifesti di propaganda elettorale».

Quindi più che agli elettori è rivolta ai candidati e relativi galoppini. E qui c’è il secondo — o forse primo — problema: i destinatari del divieto ormai se ne fregano, e il sabato e la domenica elettorale dicono ciò che vogliono nella giusta convinzione che non gli succederà nulla, nemmeno la multa da 103 a 1.032 euro prevista dalla norma. Accade per tante leggi: ne produciamo come nessun altro Paese al mondo, ma il Parlamento non spende mai un secondo ad abrogare quelle che non stanno più in piedi, oppure ad adeguare ai tempi quelle che vuole conservare. E così, nel paese delle «grida manzoniane», i «bravi» la fanno sempre franca.

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