Riaprire la vecchia Italia o disegnare (ora) la nuova

Fonte: Corriere della Sera

di Venanzo Postiglione

Da due mesi la politica italiana è ferma sul confronto-scontro con la Ue e sugli strumenti finanziari per la ripresa. Tutto comprensibile. Ma se le risorse europee ci saranno, il punto sarà dove metterle. A chi affidarle. Come indirizzarle


Cerchi rossi. Su tutti i vagoni. La scritta «stai qui», l’obiettivo di garantire le distanze: l’epoca della ripartenza non è ancora nata ma ha già i suoi simboli. Quando si aprì la linea uno del metrò, alle 17 del primo novembre 1964, la gente premeva ai tornelli e il sindaco Pietro Bucalossi parlò di «coraggio e tenacia», prevedendo grandi folle «per i decenni a venire». Un po’ di retorica, ma ci stava. Anche Dino Buzzati tornò cronista, per un giorno, e si appassionò alla «nuova favola di Milano».
Le grandi folle non ci saranno per mesi. La città si rimodella, con i mezzi senza ressa, i negozi aperti la sera, i servizi di quartiere, le corsie per le biciclette, i parchi disponibili ma non troppo. L’Italia stessa si riorganizza, dai treni agli aerei, dagli uffici ai cantieri, contando sulla tregua di decreti e ordinanze, di governo e Regioni, magari anche tra alcuni esperti che hanno imparato presto a litigare. L’ebbrezza da telecamere non fa prigionieri. Prevedibile.
L’inizio non è brillante. Le ultime scelte hanno portato più dubbi che certezze. Dalle messe ai congiunti, dalle attività sportive alle seconde case: sì, no, però. Forse fioccheranno fidanzati e cugini. Dentro la Regione e a volte fuori, magari al mare, chissà sui monti. Ma va peggio per chi (se va bene) riaprirà a giugno, cioè bar, ristoranti, parrucchieri, la lista è lunga: senza un aiuto, uno scatto, non ce la possono fare. Anche sopravvivere fa parte della salute.
Detto questo, detto ancora poco. La scelta è più profonda e riguarda (addirittura) la politica e non i comitati tecnici: far funzionare una società che si è ristretta o immaginare un Paese diverso. Aggiustare la vecchia Italia, due soldi qui e un paracadute là, oppure aprire una stagione di idee. Idee realizzabili. La famosa creatività di cui tutti parlano per potersene, più agevolmente, dimenticare. Visto l’inevitabile (e legittimo) confronto con il Dopoguerra, dobbiamo solo togliere le macerie dalle piazze oppure costruire l’Autostrada del Sole? Una verniciata ai palazzi di prima o tirare su il grattacielo Pirelli? I vecchi treni dei pendolari o una rete efficiente e magari rapida?
È il vero tema. Cosa fare e come. Con quale inventiva e quale visione, se vogliamo usare il termine abusato ma appropriato. Da due mesi la politica italiana è ferma sul confronto-scontro con la Ue e sugli strumenti finanziari per la ripresa. Tutto comprensibile. È la premessa. E poi? Se le risorse europee ci saranno, nelle forme che il Corriere della Sera sta raccontando ogni giorno, il punto sarà dove metterle. A chi affidarle. Come indirizzarle. Il welfare per proteggere chi è stato bloccato dal virus: evidente. Ma allo stesso modo va capito cosa deve ripartire (il passato) e cosa deve partire adesso (il futuro). Come se il Paese tutto fosse chiamato a un concorso collettivo di idee.
L’ossatura, per cominciare. Quale sanità, dopo quest’intreccio di eroismi e disastri che ci ha fatto commuovere o disperare a giorni alterni. Quale scuola, dopo che la maggior parte dei professori e dei ragazzi, in condizioni difficili, ha salvato la faccia dell’Italia. Ma poi si tratta di dare una sostanza ai traguardi che avevano senso prima della pandemia e hanno ancora più senso adesso: dalla cultura al turismo, dalla rivoluzione digitale alla svolta verde, dalle imprese più innovative alle opere pubbliche fino alla battaglia per la sicurezza (magari non è scritto che debba ripartire uguale uguale anche la criminalità, qualcosa può restare fermo).
Riaprire il vecchio mondo o disegnare il nuovo. E i partiti fanno forse finta di non saperlo, ma hanno una prateria. I Cinque Stelle, passata la retorica della casta, dell’uno vale uno, del reddito per tutti, della povertà abolita dal balcone, hanno ancora una fetta di Dna da spendere, proprio quella legata al web e all’ambiente. Così come la Lega che ha litigato con se stessa su aperture-chiusure-aperture ma ha l’autostrada di sempre, il Nord produttivo che cerca una bussola. Il Pd, invece, dopo anni passati a discutere, non può avere paura della parola. Lo sberleffo di Nanni Moretti del lontano 1976, «no, il dibattito no!», andrebbe quasi ribaltato. Il dibattito sì, adesso e paradossalmente. Una sinistra che non discute su come ripartire sconfessa il passato e finisce per perdersi il futuro. Saranno i mesi del governo e della politica. Di chi sa o saprà tenere il timone.
Nella profezia più bella, a un passo dalla morte, anno 1985, Italo Calvino immaginò i tempi nuovi come plasmati da due divinità: Vulcano, cioè il saper fare, la forza dell’impegno, e Mercurio, la leggerezza rapida e creativa. L’etica del lavoro e il talento che spicca il volo. Messi assieme. Un ritratto dell’Italia possibile, di un Paese moderno.

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