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Mar 18

Quei sindaci da esportazione «elettorale»

Fonte: Corriere della Sera

comunali

Al termine del secondo mandato a Verona, Flavio Tosi spiega di avere imparato a fare bene un mestiere: il sindaco. E ora vorrebbe esportare questa sua esperienza a Roma, meditando di candidarsi per il Campidoglio. Una novità assoluta. La trasfigurazione di una carica politica e istituzionale nel suo ruolo manageriale, dove non conta tanto l’appartenenza alla polis, alla comunità: piuttosto è importante la capacità di gestire i bisogni di quella realtà. Insomma, quel che di buono Tosi ritiene di avere fatto per i veronesi, oggi vorrebbe farlo per i romani. Se non altro per riconoscenza, viste le sue parole: «Dobbiamo ringraziare l’impero romano per le molte bellezze architettoniche che abbiamo a Verona». Forse un po’ di tempo fa, quando aveva in tasca la tessera della Lega, non lo avrebbe detto. Ed è comunque singolare che questa concezione apolide del sindaco venga da chi ha nel suo passato politico un così forte richiamo alle radici, alla terra, alle origini. C’è un precedente importante nei sindaci da esportazione: Sergio Cofferati a Bologna. Ma quella volta il discorso fu esclusivamente politico: l’ex leader della Cgil arrivò nel 2004 sotto le Due Torri per riconsegnare la città al centrosinistra e toglierla a Giorgio Guazzaloca. Ci riuscì: i bolognesi hanno avuto i successivi cinque anni per valutare se, sul piano amministrativo, abbia funzionato. E il bilancio non è stato positivo. Tosi dice: «Oggi non conta più di dov’è il sindaco, conta uno che il sindaco lo sappia fare». Probabilmente vale anche per Matteo Brambilla il 46enne brianzolo che i Cinque Stelle vorrebbero sindaco a Napoli. Può darsi che abbia ragione Tosi e che abbiano ragione e Cinque Stelle con Brambilla, ma storia e politica ci dicono che l’appartenenza culturale, sociale, economica, linguistica funge ancora da valore e da barriera. Basta guardare l’Unione europea.

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