Quanto intendiamo puntare (e spendere) sulla scuola?

Fonte: Corriere della Sera

di Stefano Caselli

Come in altri campi, il Pnrr ha il merito di indicare una strada e un metodo di lavoro. Al di là degli investimenti, è tuttavia necessario un ripensamento più generale


Quanto spendiamo per la scuola? La domanda è importante perché la formazione del capitale umano è l’elemento più importante per garantire un futuro al Paese. Nonostante la condivisione pressoché unanime di questo concetto, i numeri e il confronto con gli altri Paesi non offrono un quadro confortante.
Se consideriamo l’istruzione primaria e secondaria nel loro complesso, la spesa del nostro Paese si attesta sui 57 miliardi complessivi, dato stabile nel 2018 e nel 2019 e con una crescita inferiore al 10% se guardiamo al dato del 2010. La Germania ha speso 95 miliardi nel 2018 diventati 100 nel 2019, la Francia 87 miliardi nel 2018 e 89 miliardi nel 2019. Entrambi i Paesi hanno visto crescere questa voce di spesa del 16% negli ultimi 10 anni. I valori in assoluto dicono sempre poco, ma se rapportiamo il dato italiano rispetto al Pil, vediamo che è inferiore alla media europea: 3,21% è la percentuale del nostro Paese e 3,33% quella europea. L’Italia è indietro anche valutando la spesa per studente. Il nostro Paese spende infatti 7.689 euro per studente, di poco al di sotto della media europea che è di 7.739 euro per studente, ma ben al di sotto degli 8.566 euro per studente della Francia e dei 10.141 euro della Germania. La nostra posizione di retroguardia rispetto alla Francia e alla Germania non cambia guardando alla sola istruzione secondaria (medie e superiori) per cui spendiamo per studente 6.950 euro rispetto a 9.022 euro della Francia e a 7.752 euro della Germania.
Visti questi numeri, una seconda domanda è inevitabile: quali risultati produce la scuola? Se usiamo i dati dei Neet («Neither in Employment or in Education or Training») il nostro Paese è, in negativo, fuori scala in qualsiasi confronto. Nella fascia 15-19 anni, i Neet italiani sono nel 2020 l’11,1% della popolazione di riferimento, ben lontana dalla percentuale europea (6,3%) e dai dati di Francia (6,1%), Spagna (7,9%) e Germania (5,2%). La stessa valutazione emerge anche per la fascia 18-24 anni, ove la percentuale di Neet italiani sale al 24,8% nel 2020, rispetto a una media europea del 14,4% e a quella ben più bassa della Germania (8,7%) e sempre lontana dai livelli pur preoccupanti di Francia (15,4%) e Spagna (18,1%). Altrettanto preoccupante, accanto alla persistenza di questi dati per l’Italia è anche la recente indagine sui test Pisa degli studenti italiani che confermano un posizionamento sempre inferiore alla media degli stessi Paesi Ocse.
A questo quadro, si aggiunge il fatto che intorno alla scuola esiste e si sviluppa in maniera intensa un eco-sistema parallelo che va dall’attività di ripetizione, di preparazione linguistica e informatica, di orientamento, di soggiorni all’estero. Se da un lato questo è normale e in molti casi utile — e la qualità di tante iniziative è fuori discussione — dall’altro lato segnala che le carenze della scuola sono colmate di fatto dalle famiglie con scelte individuali. E questo diventa inevitabilmente un fattore di crescita spaventosa delle diseguaglianze e dell’esclusione.
Se crediamo veramente che l’istruzione — come l’ambiente e la salute — siano motori fondamentali di sviluppo del nostro Paese, non solo occorre mettere mano al portafoglio ma è necessario un ripensamento più generale. Il Pnrr, nella Missione 4 «Istruzione e Ricerca», dedica complessivamente 30,88 miliardi al tema educativo e della produzione di conoscenza. Di questi, 19,44 miliardi sono destinati al potenziamento dei servizi di istruzione, dagli asili nido alle università. Al di là degli investimenti e del denaro, che sono indispensabili come i 10,57 miliardi dedicati alle infrastrutture scolastiche, il Pnrr ha il merito, come in tanti altri campi, di indicare una strada e un metodo di lavoro procedendo per progetti e per obiettivi poi da monitorare nel loro raggiungimento. Occorre quindi lavorare al di là dei 30,88 miliardi di euro per dare un volto nuovo alla scuola.
Quali sono i punti che devono guidare la discussione? Il primo è dare ai nostri ragazzi e ragazze una preparazione adeguata rispetto ai tempi. Questo non significa eliminare i punti di forza della tradizione dei nostri licei ma aprire con decisione lo spazio alla conoscenza (vera) delle lingue, dell’economia e del diritto, di computer science.
Il secondo è quello dell’inclusione. La scuola non può più permettersi di perdere studenti per strada come se esistesse una soluzione automatica al problema. La soluzione non esiste più e alimenta disoccupazione, emarginazione e tensione sociale. La riflessione va fatta e occorre disegnare percorsi differenziati di recupero, anche individuali e di accoglienza con un’apertura della scuola per tutta la giornata e per i mesi estivi. Il Pnrr dichiara in modo forte che occorre pensare a una scuola sempre aperta, ma occorreranno anche ben altre risorse oltre a quelle europee, per dare strumenti e risorse agli insegnanti, chiedendo un impegno diverso.
Il terzo è quello della coerenza e dell’integrazione con lo sbocco con la fase successiva, rappresentata dall’università e dal mondo del lavoro. Se guardiamo all’università, occorre ripensare l’ultimo anno della scuola secondaria — come avviene nel mondo anglosassone e per certi versi in Francia e Germania — trasformandolo in un periodo di orientamento, di creazione di percorsi differenziati in base alle scelte dei singoli, di preparazione ai test di ammissione, di conseguimento delle certificazioni che l’università richiede. L’ennesima riforma estemporanea dell’esame di maturità è l’ultimo e il meno importante dei problemi a cui pensare. Se guardiamo al mondo del lavoro, il contenuto delle scuole tecniche deve essere maggiormente allineato — e adattato continuamente — a quelle che sono le esigenze profonde dei vari settori industriali e commerciali. Anche qui l’ultimo anno di preparazione deve essere ripensato con l’introduzione di stage di lunga durata che possano costituire un ponte effettivo con il mercato del lavoro.
Il quarto è quello della valutazione. Tema difficile ma va fatto il salto una volta per tutte e accettare che le scuole abbiano obiettivi e siano misurate su questo. I risultati di prove di valutazione omogenee su livello nazionale degli studenti, la capacità di ritenere studenti «difficili» o «problematici», i dati di placement nel mercato del lavoro (per gli istituti tecnici e le scuole a orientamento professionale) e di successo nei primi anni del percorso universitario, sono esempi concreti di misurazione.
Il rischio più grande che corriamo oggi è quello di non agire, lasciando la scuola come un tema periferico rispetto ad altri e già risolto dal Pnrr. Nell’immediato non accadrebbe probabilmente nulla ma sarebbe un colpo decisivo all’impoverimento dei talenti e ne pagheremmo il conto più avanti, e per sempre, a livello di Paese.

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