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Mar 16

Quando sarà il picco del contagio del coronavirus? Tra una settimana (o due)

Fonte: La Repubblica

di Michele Bocci e Luca Fraioli

Tutti si chiedono quando raggiungeremo la curva massima di diffusione del Covid19. La risposta non è univoca. Gran parte di quelle che stiamo vedendo in questi giorni sono infezioni chiaramente manifeste, contratte dieci-quindici giorni fa. E il futuro dipende molto da noi

Vespignani, professore di Informatica e Fisica alla Northeastern University di Boston dove dirige il Network Science Institute, ne è convinto «perché le misure messe in campo sono estremamente aggressive». «Il picco ci sarà alla fine di questa settimana con 30-40mila contagiati», gli fa eco il farmacologo Silvio Garattini del Mario Negri. E però Massimo Galli, primario delle Malattie infettive del Sacco di Milano, dice invece di temere che «il picco non sia imminente. Gran parte di quello che stiamo vedendo sono persone con infezioni chiaramente manifeste contratte una o due settimane fa. Ci sono tantissime infezioni con pochi sintomi che in Lombardia non vengono sottoposte a test ma potrebbero comunque partecipare alla diffusione ulteriore dell’infezione». Dunque non tutta la comunità scientifica è concorde. Ecco perché.

Il picco è prevedibile?
«No e comunque non ora», spiega Enrico Bucci, professore di Biologia dei sistemi alla Temple university di Philadelphia.«Ce ne accorgeremo quando la curva dell’epidemia cambierà concavità. Per ora continua a crescere in modo esponenziale». Anche se si nota un rallentamento nel tempo di raddoppio dei contagi: all’inizio di questa vicenda i positivi raddoppiavano ogni 2,5 giorni, oggi ogni 3 o 4 giorni. All’Università di Genova però stanno testando un modello di simulazione numerica che al momento individua il picco intorno al 25 marzo. «Ma se poi la gente invece di stare in casa va al mare», spiega Flavio Tonelli, professore di Simulazione sistemi complessi, che ci ha lavorato con Andrea De Maria, docente di Malattie infettive, e l’informatico Agostino Bianchi, «il nostro algoritmo non può prevederlo. E una volta toccato il picco l’epidemia non sarà finita, avrà solo iniziato a rallentare». Aldilà dei modelli, c’è la ragionevole speranza che le misure adottate facciano presto vedere i loro effetti. Già ieri c’erano dei segnali di rallentamento.

Ci saranno picchi diversi?
Sì ed è persino auspicabile. «Ci auguriamo picchi molto bassi in ogni regione, in modo che i diversi sistemi sanitari non siano sottoposti a un grande stress contemporaneamente», conferma Bucci. Tutte le regioni sono sfasate di alcuni giorni rispetto alla Lombardia: l’Emilia Romagna di 7-8 giorni, il Veneto di 14, il Piemonte di 15-16, le Marche di 16. E quindi anche il picco arriverà in ritardo e sarà condizionato dagli effetti delle misure del governo. A meno che la situazione di alcune aree (per esempio Puglia e Sicilia) non risulti aggravata dai rientri in massa di chi è fuggito dal Nord. Vittorio Demicheli è l’epidemiologo della task force della Lombardia. «Questo weekend capiremo dove si va: mi auguro un picco grosso solo da noi, seguito da un rallentamento, e poi dei picchi più piccoli nel resto del Paese».

Meglio che arrivi prima?
«Al contrario, più tardi arriva e meglio è», dice Bucci. Tutti vorremmo lasciarci alle spalle l’epidemia, ma un picco in tempi brevi significa un altissimo numero di casi gravi concentrati in pochi giorni, con il risultato di provocare il collasso del servizio sanitario. È quello che sta accadendo in Lombardia. Meglio invece procrastinare il picco (o meglio i picchi) il più possibile. Le misure di distanziamento sociale servono a questo.

Com’è andata in Cina e Corea?
I nuovi casi giornalieri hanno iniziato a diminuire intorno al 15esimo o 16esimo giorno dall’inizio stimato dell’epidemia. Ma la data di inizio in Cina è incerta, per le scarse informazioni provenienti da Pechino nelle prime fasi dell’emergenza. «Se traslassimo in avanti di 8-9 giorni il grafico dei contagi giornalieri cinesi, lo vedremmo sovrapporsi a quello italiano» dice Piero Martin, professore di Fisica generale all’Università di Padova. «Resta da vedere se noi continueremo a crescere o se invece seguiremo l’evoluzione cinese, raggiungendo presto un massimo e iniziando la discesa». «In realtà già adesso il nostro andamento è peggiore della curva cinese», avverte Bucci. Motivo? La Cina ha usato il pugno di ferro per far rispettare le misure di contenimento, con molte settimane di quarantena imposte a 60 milioni di persone. E la Corea del Sud, infischiandosene della privacy, ha monitorato i cittadini eseguendo il tampone su tutti quelli che potevano aver contratto il coronavirus per le loro frequentazioni e i loro spostamenti.

Dopo saremo liberi?
Il picco andrà accolto con soddisfazione ma non come una liberazione. Dopo infatti inizierà una lunga fase di attesa della fine dei contagi. E non basterà. «Finché non sarà trovata una terapia specifica per il Convid-19 — avverte Walter Ricciardi, membro del Comitato scientifico della Protezione civile — bisognerà comunque allentare i contatti. L’Oms dice che bisogna aspettare due periodi di incubazione senza nuovi casi prima di essere fuori dall’emergenza, ma dopo resteremo con larga parte della popolazione ancora suscettibile alla malattia. Il virus teoricamente potrà tornare a colpire. Credo che anche qui potrebbero essere usate strategie di tracking tecnologico come quelle adottate in alcuni Paesi».
Demicheli la vede in modo simile. «Appena il numero dei casi diminuirà bisognerà fare tamponi per controllare quale diffusione ha avuto nel nostro Paese la malattia. Poi si dovrà continuare a controllare bene le malattie di origine respiratoria per essere pronti a intercettare eventuali nuovi casi di Covid-19». Infine va considerato che l’Italia potrebbe uscirne quando altri Paesi europei sono ancora in emergenza. E infatti a Whuan, nonostante l’abbattimento dei nuovi contagi, sono ancora chiusi in casa, proprio per evitare il ritorno di fiamma. Prepariamoci alle montagne russe.

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