Pnrr, la transizione verde avanza ma le riforme vanno a rilento

Fonte: Sole 24 Ore

di Celestina Domitelli

Al ministero per la Transizione ecologica destinati 34,6 miliardi del Pnrr, Ma i fronti aperti sono ancora molti, e aziende ed enti locali chiedono di essere coinvolti


Sulla carta mancano ancora 59 giorni per chiudere il primo blocco di scadenze dettate dal Recovery Plan e al ministero della Transizione ecologica contano di archiviarne una buona parte a ridosso della deadline. Anche grazie al rafforzamento dell’organico, non ancora operativo, previsto dal decreto approvato a giugno con cui è stata istituita anche la struttura di missione per l’attuazione del Pnrr. Se riusciranno è presto per dirlo, ma il carico sulle spalle del ministro Roberto Cingolani e dei suoi tecnici non è da poco.

Interventi per 34,6 miliardi
Secondo il decreto emanato dal Mef a inizio agosto con cui è stata definita la ripartizione delle risorse per l’attuazione del Pnrr, al Mite, in quanto soggetto titolare, fanno capo 34,6 miliardi di interventi (inclusi quelli del Fondo complementare), ai quali se ne affiancano altri su cui Cingolani dovrà coordinarsi con i colleghi di altri dicasteri. Alcune, come detto, devono arrivare a dama entro fine anno. Nell’ultimo monitoraggio sullo stato di avanzamento del Recovery, aggiornato a fine settembre, in cui erano riassunte le 51 misure distinte tra riforme e investimenti che prevedono una milestone o un target entro il 31 dicembre, la “pagella” assegnata al Mite indicava un solo investimento su quattro già conseguito (la proroga del superbonus, introdotta con la legge 101/21 di conversione del Dl sul Fondo complementare) e tre riforme ancora da realizzare. Da allora, però, il ministero ha fatto i compiti a casa pubblicando sul sito i decreti (e gli avvisi collegati) con i criteri di selezione per i progetti di raccolta differenziata e impianti di riciclo (per i quali il Piano stanza 1,5 miliardi di euro) e per le iniziative “faro” di economia circolare (600 milioni), nonché il decreto di approvazione del piano operativo per il sistema avanzato e integrato di monitoraggio e previsione dei rischi idrogeologici (con 500 milioni a disposizione e con il 90% della superficie delle regioni del Sud da coprire entro settembre 2024).

Riforme ancora da completare
Tutto risolto, dunque? Non proprio. Resta, infatti, ancora da completare il capitolo delle riforme (gas “verdi”, idrico e inquinamento atmosferico), cruciali per spianare la strada agli investimenti. E, a giudicare dalla tabella di marcia dei decreti già pubblicati (rifiuti e progetti faro), anche la messa a terra di quelle misure non sarà scontata. Il 60% delle risorse dovrà, infatti, andare al centro-sud, che non sempre ha brillato, e i tempi per i beneficiari (gli enti di governo d’ambito territoriale ottimale e, in assenza, i Comuni) sono stretti: entro 60 giorni (e non oltre il 120° giorno dalla pubblicazione dell’avviso a fine settembre), andranno presentate le proposte. Entro fine 2023, poi, enti e Comuni dovranno aver individuato le imprese che realizzeranno gli interventi.

I primi passi da compiere
Insomma, la strada è ancora in salita, anche sulle riforme. La partita più importante da centrare entro fine anno è quella del biometano e del biogas con l’obiettivo di estenderne la produzione e l’uso e ampliare la riconversione degli impianti esistenti nel settore agricolo. Qui il primo step, la cui finalizzazione era attesa per fine giugno, è il recepimento della direttiva europea Red II che dovrebbe disporre la proroga degli incentivi già esistenti e che fissa i requisiti per la riconversione affidando, però, a un altro decreto del Mite (da adottare entro 180 giorni dall’entrata in vigore del provvedimento) la disciplina complessiva del quadro di incentivi. Altre scadenze, dunque, che allungano il percorso, su cui le imprese vogliono però essere ascoltate. «Siamo fiduciosi che la tabella di marcia sarà rispettata», spiega Piero Gattoni, presidente del Consorzio italiano biogas, che riunisce oltre 770 aziende agricole produttrici di biogas e biometano da fonti rinnovabili e più di 200 società industriali fornitrici di impianti e servizi per la produzione. L’obiettivo del governo è di immettere nella rete gas 2,3 miliardi di metri cubi di biometano al 2026, ai quali si aggiungono 1,1 miliardi di metri cubi nei trasporti. Per farlo, ricorda Gattoni, «il Piano stanzia 1,9 miliardi di euro, di cui 1,1 miliardi destinati a infrastrutture di produzione. Si tratta di un ottimo volano per lo sviluppo del settore e noi siamo pronti a dare il nostro contributo attraverso una consultazione tecnica organica della norma attuativa prima della notifica del provvedimento alla Commissione Europea».

Operatori ed enti locali chiedono di essere coinvolti
Gli operatori, dunque, chiedono di esser parte del processo per definire con i tecnici le regole d’ingaggio. Un’istanza che arriva anche da Regioni e Comuni, come si legge nell’intesa raggiunta nei giorni scorsi dalla Conferenza unificata sullo schema di decreto legislativo di recepimento della Red II, uno snodo cruciale per il Recovery Plan in quanto contiene tutta una serie di disposizioni (dal biometano, appunto, alle rinnovabili) necessarie per dar seguito alle misure del Piano. In quel parere le Regioni chiedono di essere coinvolte nella stesura dei prossimi decreti attuativi del Pnrr e anche l’Anci sollecita «un tavolo multilivello di confronto sulla transizione ecologica e sul complesso di norme che regolano l’energia», in modo da monitorare le scelte strategiche su alcuni tasselli ancora in divenire, a partire dall’agrivoltaico.

Il fronte agrivoltaico
Su questo fronte, la posta in palio è di 1,1 miliardi di euro – su cui il Mite dovrà muoversi in raccordo con l’Agricoltura – per arrivare a installare a regime, una capacità produttiva da impianti agrovoltaici di 1,04 gigawatt che garantirebbe 1300 gigawattora annui (con un abbattimento delle emissioni stimato in 0,8 milioni di tonnellate di CO2 in meno l’anno). Ma, per assicurare la messa a terra delle risorse, bisognerà agire, chiarisce lo stesso Piano, sia sulle semplificazioni accelerando i tempi di realizzazione dei nuovi impianti, sia sui requisiti. «Il pallino ora è in mano al Mite – spiega Andrea Zaghi, direttore generale di Elettricità Futura, la principale associazione del mondo elettrico italiano -. Più avanti ci saranno i bandi, ma adesso il ministero sta cercando di definire insieme a Gse, Rse, Enea e Crea, i criteri per identificare cosa possa rientrare all’interno del perimetro dell’agrivoltaico». E, sebbene le scadenze non siano ravvicinate (entro marzo 2022 è prevista la definizione della procedura per l’invio delle domande ed entro giugno il finanziamento dei progetti), questo passaggio è fondamentale per il prosieguo della partita. E lo è anche un altro tassello, che rinvia al decreto semplificazioni: la commissione Pniec-Pnrr chiamata ad accelerare gli iter autorizzativi anche dei grandi progetti rinnovabili e che ancora non si è insediata. «È stato fatto un primo bando che però non ha raccolto un numero sufficiente di candidature. Poi è stato pubblicato un secondo avviso che scadeva il 25 settembre e ancora non si hanno notizie – prosegue Zaghi -. È una delle misure chiave inserita nel decreto e speriamo possa essere operativa a breve».

I nodi ancora da sciogliere
Tanti, quindi, i nodi ancora da sciogliere. Come l’approvazione del programma nazionale di controllo dell’inquinamento, previsto da un decreto del 2018 e a sostegno del quale l’ultima legge di bilancio ha disposto un fondo ad hoc (2,3 miliardi al 2035), ma che avrà bisogno per la sua implementazione del forte supporto e del coinvolgimento delle Regioni. Ma resta da attuare anche la riforma che servirà a superare la frammentazione ancora esistente nel comparto idrico al Sud. «Su bandi e avvisi il grosso del lavoro ci sembra sia stato fatto – sottolinea Giordano Colarullo, direttore generale di Utilitalia, la federazione delle aziende attive nei servizi pubblici di acqua, ambiente, elettricità e gas – ma ora bisogna mettere mano alla governance dell’idrico perché ci sono interi territori, soprattutto nel Mezzogiorno, non coperti da gestori industriali e, se non si corregge la rotta, faticheremo a fare gli investimenti. E si acuirebbe quel water divide che invece il Pnrr deve aiutare a chiudere». Le risorse sul piatto non sono poche: 600 milioni solo per fognature e depuratori che fanno capo al Mite (mentre il ministero delle Infrastrutture dovrà allocare 2,9 miliardi tra riduzione delle perdite e infrastrutture per rendere più sicure le forniture d’acqua). «Sulla depurazione – prosegue Colarullo – il ministero dovrebbe impostare il lavoro secondo una logica simile a quella acquedottistica ma con una descrizione più accurata perché gli asset sono diversi. Mi aspetto che i bandi siano pubblicati per tempo, ma ora serve un segnale chiaro e forte anche sugli aspetti di governance e riforma che sono essenziali tanto quanto gli investimenti».

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