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Nov 10

Perché si può, anzi si deve criticare Trump

Fonte: Corriere della Sera

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di Beppe Severgnini

Donald Trump non è Caligola. È il leader eletto di un’antica democrazia e di un Paese amico. Dobbiamo accettarlo e rispettarlo, ma possiamo anche possiamo criticarlo

«Buongiorno!», mi dice una guardia davanti all’Excelsior Hotel Gallia di Milano, dove si tiene l’Electoral Breakfast organizzato dal Consolato Generale americano. «”Buongiorno” è una parola grossa», rispondo. Dentro, il fantasma giallocrinuto di Donald Trump alleggia discreto, tra imbarazzo palpabile e entusiasmo d’ufficio. Rispondo all’invito, dopo una notte insonne, per esprimere la mia simpatia all’America e agli americani. Dovranno convivere per almeno quattro anni con un Presidente apparentemente inadeguato, francamente imbarazzante e certamente imprevedibile. Sono questi i momenti in cui si ha bisogno degli amici, no? Meno simpatia, confesso, provo per i trumpisti italiani. Sopratutto quelli che si sono scoperti tali all’alba di ieri. Saltare sul carro del vincitore, come sappiamo, è uno sport nazionale (se fosse una disciplina olimpica, l’Italia ogni volta si aggiudicherebbe oro, argento e bronzo). Ma stavolta abbiamo battuto noi stessi. Perché nella scomposta euforia pro-Trump sento un sgradevole odorino autoritario: nostalgia per il capo che ha sempre ragione, voglia di bastone (verbale) per chi osa criticarlo.

E invece si può. Anzi, si deve. Gli americani l’hanno fatto con noi, con giudizi che andavano dal condiscendente allo sdegnato (ricordate gli anni di Berlusconi?). L’eletto, in democrazia, non è al di là del bene e del male; né al di sopra di ogni giudizio. Non è possibile che il candidato aggressivo, sessista, razzista e bugiardo sia diventato, in ventiquattro ore, il Presidente ideale. Chi cerca di venderci questa favoletta ci sta imbrogliando e/o si sta illudendo. Un po’ di dignità, che diamine.

Certo, noi giornalisti — trascinati nell’errore da schiere di ignorantissimi esperti americani — non abbiamo capito cosa si stava muovendo nella pancia dell’America (ciò è più grave per chi, come me, frequenta il Paese da quarant’anni). Questo dobbiamo ammetterlo. Ma non meritiamo di essere coperti d’insulti perché non ci uniamo alle moine delle odalische digitali, dei conformisti e degli opportunisti.

Donald Trump non è Caligola. È il leader eletto di un’antica democrazia e di un Paese amico. Dobbiamo accettarlo e rispettarlo. Ma — ripeto — possiamo criticarlo. Possiamo dire, ad esempio, che l’America che ci piace è quella fantasiosa e generosa di Bruce Springsteen, Jeff Bezos, Bill Murray e Philip Roth; non quella ansiosa e smargiassa di Donald Trump.

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