Perché l’Italia può (e dovrebbe) puntare al vertice della Nato

Fonte: Corriere della Sera

di Maurizio Carrara

Il 30 settembre 2022 scadrà il mandato dell’attuale segretario generale, il norvegese Jens Stoltenberg. È il secondo di uno Stato scandinavo dall’inizio del secolo e il quarto del Nord Europa. Il nostro Paese ebbe la carica con Manlio Brosio, un reduce della Prima Guerra mondiale


C’è un treno di passaggio l’anno prossimo che l’Italia farebbe bene a cercare di prendere preparandosi in tempo per potervi riuscire. Il 30 settembre 2022 scadrà il mandato dell’attuale segretario generale della Nato. L’ex primo ministro norvegese Jens Stoltenberg è in carica dal 2014. Dopo Anders Fogh Rasmussen, ex premier danese, dall’inizio del secolo Soltenberg è il secondo segretario generale proveniente da un Paese scandinavo. Rasmussen era stato preceduto dal lord britannico George Islay MacNeill Robertson. Stoltenberg dunque è anche il quarto consecutivo del Nord Europa.
Il Regno Unito desidererebbe ottenere di nuovo la posizione, ma la sua ambizione è malvista dalla Francia, rimasta l’unica potenza nucleare nell’Unione Europea dopo il distacco di Londra dall’Ue. Le manovre per la successione di Stoltenberg stanno per cominciare, se non sono già in corso. Forse a lui stesso non dispiacerebbe una conferma nella carica con l’appoggio del presidente degli Stati Uniti Joe Biden, socio di maggioranza dell’Alleanza Atlantica nata nel 1949. Ha senso per il nostro Paese sottrarsi alla selezione senza provare a cogliere l’occasione?
Adesso che dispone di un governo basato su una maggioranza ampia, l’Italia farebbe bene a raggiungere un’intesa al proprio interno per poi mettere sul banco una candidatura di caratura adeguata e accettabile in campo internazionale. Promuovere questa convergenza tra le forze politiche sarebbe un esercizio non solo salutare, ma del tutto coerente con quanto va fatto in campo economico, infrastrutturale e produttivo per realizzare il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Attuare davvero il piano – per cui l’Unione ci ha assegnato la possibilità di ricevere la quota più alta di finanziamenti del «Next Generation Eu» tra i Paesi membri – richiede il superamento di svariati ostacoli. In particolare sbarramenti fondati su nostre normative e procedure datate, di possibilità di veti non sempre esercitati nell’interesse della collettività. Oltrepassare gli scogli, o le sabbie mobili, è possibile soltanto se a prevalere è uno spirito costruttivo in quasi tutte le parti politiche, sindacali e imprenditoriali.
Sarebbe opportuno impostare la campagna per la conquista della segreteria generale dell’Organizzazione dell’Alleanza dell’Atlantico del Nord prima dell’elezione del prossimo presidente della Repubblica Italiana. Verso l’estero, attualmente, le istituzioni del Paese dispongono sia del credito di Sergio Mattarella sia di quello del presidente del Consiglio Mario Draghi e le giornate romane del G20 lo hanno evidenziato. Una ragione per evitare esitazioni.
Con il ritiro dall’Afghanistan, una terra nella quale gli Stati Uniti schieravano un contingente vasto, se si leggono dati del ministero della Difesa si evince un dettaglio. Per i contributi di forze nazionali alle operazioni dell’Alleanza Atlantica, il nostro Paese, da secondo che era, è diventato al momento il primo tra i 30 Stati membri della Nato.
Ha senso rinunciare a mettere a frutto un impegno considerevole che caratterizzava anche in precedenza il Paese?
L’ultimo segretario generale italiano della Nato fu Manlio Brosio, ambasciatore che in gioventù era stato ufficiale degli alpini nella lontana Prima Guerra mondiale. Il suo mandato terminò nel 1971, un’altra era rispetto a oggi. Dal 2001 l’Italia ha avuto posizioni di vicesegretario per Alessandro Minuto Rizzo e Claudio Bisogniero, il quale ebbe la carica dal 2012 al 2016. Adesso nel quartier generale di Bruxelles il Paese non occupa alcuna casella di medio e alto livello tranne quella del rappresentante civile per l’Afganistan Stefano Pontecorvo. Senza nulla togliere al rilievo del versante orientale dell’Alleanza Atlantica, l’assegnazione del ruolo di primo piano nella Nato a un italiano o a un’italiana sarebbe un riconoscimento del rilievo di uno Stato fondatore dell’Ue e dell’importanza assunta dal versante Sud dell’Alleanza. Di una fascia intorno alla quale risultano aumentati i fattori di inquietudine a cominciare da tensioni e destabilizzazioni su sponde del Mediterraneo.
Se il segretario generale della Nato fosse un italiano la nostra politica interna avrebbe una ragione in più per sprovincializzarsi. Ciò faciliterebbe inoltre, per i nostri prossimi governi, l’acquisizione di consapevolezze e aggiornamenti su partite cruciali sul piano politico-militare e strategico che si disputano in un mondo dagli equilibri in via di ridefinizione.
Distrarsi, continuare a ripiegarsi in diatribe e schermaglie tra rumorose fazioni, come accade spesso nella politica italiana, è autolesionista. Meglio sarebbe costruire un largo consenso su una candidatura per la Nato e tessere intese con singoli alleati all’estero. Chi preferisce contrapposizioni sterili ne ricavi il disdoro meritato. L’altro tentativo, qualora riuscisse, accentuerebbe la chiarezza nei nostri orizzonti internazionali, riducendo ogni possibile oscillazione verso Est, e rinvigorirebbe il prestigio del Paese.

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