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Mag 10

Perché il problema principale di Draghi non è la Grecia ma la Germania

Fonte: Sole 24 ore

Merkel-Draghi

di Wolfgang Münchau

In questo momento il problema principale di Mario Draghi non è la Grecia. È la Germania. La settimana scorsa il presidente della Banca centrale europea ha replicato agli attacchi di Berlino contro la sua politica dei tassi bassi sottolineando che il persistente surplus della Germania nel saldo con l’estero è una delle cause principali. La reazione furibonda che ha scatenato è altamente indicativa delle linee di faglia del dibattito economico nel vecchio continente.
I tassi bassi e il surplus tedesco sono i due gemelli micidiali dell’economia dell’Eurozona. Il surplus è la causa dei tassi bassi, come dice giustamente Draghi. Ma è vero anche che i tassi bassi nell’ultimo anno hanno fatto crescere il surplus, grazie alla svalutazione dell’euro: infatti, una valuta deprezzata rende i beni e servizi tedeschi più competitivi al di fuori della zona euro.
La più pertinente delle due interpretazioni è quella di Draghi. Insistendo sull’austerità durante la crisi dell’Eurozona, e non aumentando la spesa per investimenti in patria, Berlino ha contribuito in modo decisivo a deprimere la domanda aggregata, sia entro i confini nazionali sia nell’Eurozona in generale. La lunga depressione dell’Eurozona ha provocato il calo dell’inflazione al di sotto del tasso obbiettivo (che è appena sotto il 2 per cento). La risposta della Bce è stata tagliare i tassi a breve termine a livelli negativi e comprare attività finanziarie. Se la politica di bilancio della Germania fosse stata neutrale, in questo periodo, il compito della Bce sarebbe stato più semplice: avrebbe centrato il suo obbiettivo di inflazione e non avrebbe dovuto ridurre così tanto i tassi.
Berlino considera il suo attivo nel saldo con l’estero semplicemente come un riflesso della superiore competitività della Germania. È una visione da analfabeti economici, o più probabilmente un tentativo deliberato di distogliere l’attenzione dal vero problema. Se la Germania avesse una sua valuta e un tasso di cambio fluttuante, lo squilibrio delle partite correnti scomparirebbe quasi interamente. Anche in un’unione monetaria, uno squilibrio significativo non avrebbe rilevanza se l’unione fosse politicamente integrata e avesse una politica di bilancio comune. Ma gli squilibri hanno rilevanza nell’unione monetaria con cui ci ritroviamo, senza sistemi di ridistribuzione e riassicurazione. Non è un caso che la Germania non vuole questi meccanismi di ridistribuzione: è così che massimizza il suo attuale surplus; per lei rappresenta un obbiettivo implicito di politica economica.
Nel lungo periodo, non riesco a vedere come tutto questo possa andare a beneficio di Berlino. Wolfgang Schäuble, il ministro dell’Economia, ha ragione quando dice che i tassi bassi stanno spingendo gli elettori verso Alternativa per la Germania (AfD), un partito anti-euro e anti-immigrati. Solo che la colpa non è della Bce. L’AfD è votata principalmente da anziani benestanti, che vogliono uscire dall’euro perché avrebbero da guadagnarci con un tasso di cambio migliore e tassi di interesse più alti (almeno è quello che credono loro).
Ma se hanno ragione sia Draghi che Schäuble, le conseguenze sono inquietanti, perché ci dicono che la Germania, forse ancor più della Grecia, non è pronta per far parte di un’unione monetaria. Con il sistema di Bretton Woods e i suoi tassi di cambio semifissi, la strategia tedesca consisteva nel vincolarsi a un sistema di cambi fissi e poi perseguire una svalutazione in termini reali, attraverso salari relativi più bassi dei concorrenti. Quando il sistema implose, seguì una rivalutazione del marco. Lo stesso successe con il meccanismo di tassi di cambio precursore dell’euro, creato alla fine degli anni 70. Ma l’euro è stato creato per rimanere in eterno: non esiste più nessun meccanismo correttivo per gli squilibri tedeschi.
In teoria, una soluzione semplice ci sarebbe: Berlino potrebbe tagliare le tasse e aumentare la spesa per investimenti. I margini per farlo ce li ha, e in abbondanza: dopo anni di austerità, il moltiplicatore fiscale – l’impatto di ciascun euro di spesa in disavanzo – è considerevole.
Sfortunatamente, la regola tedesca che obbliga al pareggio di bilancio rende impossibile seguire questa strada. Cosa ancora più importante, l’elettorato e i suoi rappresentanti politici non vogliono seguirla. Vogliono rifondere i loro debiti: è una scelta sbagliata, ma è una scelta democratica. La conseguenza, però, è che finché la Germania rimarrà nell’euro gli squilibri non potranno correggersi da soli.

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