Pensioni, i decenni del cantiere infinito. Ma chi pensa ai giovani?

Fonte: Corriere della Sera

di Daniele Manca


Puntuale quasi come ogni fine anno in occasione della legge di Bilancio, eccoci qui a discutere di pensioni. Di come mandare via (generalmente prima del previsto) dal lavoro le persone. Questa volta perché scade a fine 2021 «Quota 100», la brillante, sia detto ironicamente, idea del governo gialloverde. Idea poco gradita anche a chi teoricamente era destinata. Nel rapporto dell’Inps relativo al 2020 i quasi 74 mila aderenti erano solo il 22% di quelli che avrebbero potuto usufruirne.
Settantaquattromila, che erano il 5,2%, del totale dei lavoratori con un età tra 62 e 67 anni, come riporta Massimo Antichi su lavoce.info. Finora la spesa per «Quota 100» è stata di 4 miliardi per gli statali, 5,9 per i pensionati provenienti dal privato e 1,66 miliardi per gli autonomi, in totale. Oltre 11 miliardi spesi per permettere a 341 mila lavoratori di lasciare il posto molto prima di quei 67 anni previsti dalle precedenti riforme delle pensioni. Di quei 341 mila circa 107 mila sono dipendenti pubblici.
Sembra quasi un gioco perverso tutto nazionale, quello di fare sì che qualcuno si avvantaggi di qualche privilegio sperando poi che al prossimo giro la platea dei beneficiati possa allargarsi. Ecco oggi i sindacati e non solo avviare vertenze e battaglie per “evitare scaloni” a chi dovrà andare in pensione dal prossimo gennaio 2022 alla scadenza di Quota 100. Forze politiche e sindacati che dovrebbero invece assumersi la responsabilità di avere permesso che si creassero simili storture.
Il paradosso è che a finire sul banco degli accusati è chi tenta di metterci una toppa (“graduale”), non chi ha assistito o peggio organizzato lacerazioni nel tessuto sociale di un Paese che ha bisogno di ricucire e non dividere. Ma che fine ha fatto la solidarietà intergenerazionale? Teoricamente non dovrebbe essere a senso unico. E cioè con i giovani che finanziano le pensioni degli adulti. Giovani che si troveranno ad affrontare mercati del lavoro diversi, già oggi meno garantiti e che avranno a fine carriera assegni infimi.
Grazie ai regali degli anni Settanta e successivi, tra baby pensioni, scivoli e agevolazioni, siamo stati abituati a pensare che la pensione non dipende da un difficile equilibrio tra garanzie, conti pubblici e salvaguardia di chi verrà dopo, quanto della forza di pressione di partiti e sindacati. Con il risultato che è da decenni che i governi hanno vita difficile quasi sempre sullo stesso tema: la previdenza.
Da quel 1995 con la riforma Dini, e poi la riforma Amato e poi Maroni e Sacconi e intanto aggiustamenti e mini modifiche fino alla Fornero. Quella legge vista come punizione da agitare oggi come un drappo rosso davanti agli italiani. O meglio ai potenziali elettori e iscritti. Peccato che quella stessa riforma abbia visto dal 2012 in poi 9 salvaguardie (per categorie di lavoratori penalizzati), e poi quelle per i precoci, Ape sociale e via dicendo.
La verità è che ci si vuole occupare solo delle politiche passive del lavoro. E cioè quelle assistenziali, dove basta spendere di più e non preoccuparsi dei conti pubblici per risolvere i problemi. Ben più difficile è fare in modo che ci siano politiche attive del lavoro efficaci. Che significa intanto avere più gente che lavora che si può tradurre in una maggiore base contributiva. Questo è il vero nodo nazionale: in Italia il rapporto tra occupati e popolazione è pari al 37,3%, in Germania il 54%.
Andrebbe fatta quella cosa che nel nostro Paese raramente è riuscita: mettere al centro l’occupazione. Politiche attive perché l’alternativa, come non si stanca di ripetere Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali, non può essere solo dentro o fuori dal mondo del lavoro. Semmai si dovrebbe parlare di invecchiamento attivo. E quindi progressivo cambiamento di mansioni man mano che si invecchia (si pensi a ponteggi edili, guida di mezzi pubblici etc.). Di un accompagnamento verso un’uscita graduale dalla produzione. Si dovrebbe parlare di formazione professionale e di formazione continua, di partecipazione attiva alla società, di agenzie dell’impiego e non solo di sussidi.
Avere milioni di elettori, milioni di iscritti dovrebbe far sentire il peso del proprio ruolo verso il Paese intero non solo verso di essi o perlomeno non esclusivamente. A cominciare da chi oggi è ancora sui banchi di scuola e non avendo rappresentanza può contare soltanto sul senso di responsabilità degli adulti.

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