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Gen 02

Noi, l’Unione Europea e le sfide degli anni venti

Fonte: Corriere della Sera

di Mario Monti

L’Italia corre davvero il rischio di immiserirsi, di emarginarsi, di diventare il ventre molle nel vaso continentale, in particolare se la Ue non riuscisse a rafforzarsi


L’Europa e l’Italia, superati i pericoli che incombevano su di loro nel 2019, entrano negli Anni Venti con giustificato sollievo. Ma devono entrambe guardarsi dal tornare al business as usual. Se negli Stati membri dell’Unione europea la politica non diventerà più responsabile, la Ue diventerà il vaso di coccio tra le grandi potenze. Nel nostro Paese questo scatto di serietà è particolarmente necessario e urgente; se non avverrà, l’Italia è destinata ad essere il ventre molle del vaso di coccio. A livello europeo, le elezioni di maggio al Parlamento — con le successive nomine di David Sassoli, Charles Michel e Ursula von der Leyen alle presidenze del Parlamento, del Consiglio e della Commissione — hanno sì registrato un’avanzata dei sovranismi nazionali, ma hanno conservato nelle mani delle famiglie politiche pro-europee gran parte del potere di decisione. Inoltre, la presidente von der Leyen ha impresso nuovo vigore alla Commissione, per sua natura il motore dell’integrazione europea. Scampato pericolo, dunque? È troppo presto per dirlo. La mancata vittoria sovranista ha fatto venire meno, almeno per ora, la minaccia di un blocco o addirittura di un regresso nella costruzione europea. Ma non si può dire che le famiglie dei Popolari, dei Socialisti e dei Liberali si siano spese con coraggio nell’ultimo decennio per far prevalere l’interesse generale europeo, come avevano fatto i loro predecessori. Anzi, la priorità che sempre più spesso i loro capi di governo, in sede di Consiglio, hanno dato agli interessi nazionali — invocati a volte come foglia di fico per coprire interessi elettorali — è stata la principale causa di quei mancati progressi nell’integrazione (dalle migrazioni alla fiscalità, a politiche più orientate alla crescita) che hanno alimentato ostilità a volte fondate verso l’Europa, raccolte da populisti e sovranisti.
La vera cartina di tornasole sarà il negoziato sul bilancio dell’Ue 2021-2027. Il Consiglio sta discutendo un’ipotesi inferiore al bilancio 2014-2020. Quando quest’ultimo fu deciso nel 2013, l’Ue non aveva ancora conosciuto quanto segue: il terrorismo in Europa, le massicce migrazioni; a Est il risorto nazionalismo di Putin, la Turchia assertiva di Erdogan, Xi Jinping con la Via della Seta e in lizza per la supremazia tecnologica; a Ovest gli Stati Uniti con Trump ostile all’integrazione europea e dubbioso sulla Nato, nonché il Regno Unito che lascia l’Ue e salpa verso l’America. Se gli Stati membri non vorranno conferire alla Ue alcuni poteri e risorse adeguate per fronteggiare un tale scenario, rischieranno di diventare Stati a sovranità limitata. La limitazione della loro sovranità sarà imposta unilateralmente da potenze esterne alla Ue, non decisa concordemente dagli Stati membri per dare una certa sovranità all’Europa, a tutela dei nostri valori e dei nostri interessi.
In Italia, lo scampato pericolo si è verificato con la fine del governo Conte 1. Il sollievo è stato grande, dato che mai si era visto un governo così goffo, incapace e rissoso. Vi è però una conseguenza insidiosa, alla quale probabilmente sono soggetti tutti gli osservatori, incluso il sottoscritto. Siccome abbiamo visto l’inferno, soprattutto quanto a derisione dell’Italia in Europa e nel mondo, oggi ci sentiamo quasi in paradiso. Però sappiamo bene che non è così. Il passaggio dallo scampato pericolo al business as usual sarebbe letale per il nostro Paese. Non solo e non tanto perché una maggioranza e un governo poco concludenti potrebbero far tornare al potere una personalità politica ritenuta pericolosa da molti e salvifica da molti altri. Ma soprattutto perché l’Italia corre davvero il rischio di immiserirsi, di emarginarsi, di diventare quel ventre molle del vaso europeo, in particolare se la Ue non riuscisse a rafforzarsi. Eppure, come ha ricordato nel suo messaggio il Presidente Mattarella, «vi è una diffusa domanda di Italia», «l’Italia riscuote fiducia». Ma, ha insistito il Capo dello Stato, occorre sviluppare la «cultura della responsabilità».
Coloro che oggi governano l’Italia, così come quanti ne sostengono l’azione o invece la criticano, se vogliono dare prova di responsabilità devono interrogarsi sulle ragioni della persistente inadeguatezza della crescita italiana. Carlo Cottarelli ha sottolineato nei giorni scorsi (La Stampa, 30 dicembre 2019) che l’Italia, rispetto all’Europa, «ha cominciato a perdere terreno in termini di reddito pro-capite dalla fine degli Anni ’90 e in termini di reddito complessivo dalla fine degli Anni ’80». La sua conclusione, che condivido, è la seguente: «Il problema è molto serio e occorre smettere di pensare che la sua soluzione possa venire da cambiamenti “al margine”. Di fronte a questi dati serve una rivoluzione economica». Ebbene, mi chiedo, qual è la visione dell’Italia al 2030, del suo ruolo nell’economia mondiale, delle dinamiche sociali che hanno il governo, i diversi partiti, le istituzioni pubbliche, le organizzazioni private? È possibile un impegno comune, di conoscenza e di progettazione, da parte delle forze responsabili interessate al futuro dell’Italia?
L’Ue non può tornare albusiness as usual perché mai come oggi si era trovata al centro di un anello di avversari e potenziali nemici. L’Italia a maggior ragione non può farlo perché su di essa stanno convergendo due parabole avverse e insostenibili. Stiamo per avere in Libia, nella nostra periferia Sud, potenze come la Russia e la Turchia, con l’ambizione di espandere la loro influenza sul Mediterraneo e sull’Europa. E la nostra economia si sta indebolendo, tanto più che, superata la crisi finanziaria e avviate alcune riforme strutturali, negli ultimi anni sono prevalse istanze redistributive che graveranno sugli italiani di domani senza avere recato significativi benefici alla crescita e all’occupazione.

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