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Nov 16

Nell’Italia perduta del Covid il problema è il pranzo di Natale

Fonte: Huffington Post

di Gianni del Vecchio

Rileggendo il filosofo Cioran salta agli occhi l’ennesimo segno di decadenza dell’uomo occidentale

Potremo fare il pranzo di Natale e il cenone di Capodanno? E, se sì, in quanti? Solo con i parenti o anche con gli amici? E, se solo con i parenti, fino a che grado? Potremo invitare gli zii e i cugini per le lenticchie e il cotechino dopo un’interminabile sequenza di calici e portate? E i nonni? I nonni potranno venire? E ancora: sotto l’albero ci saranno i regali da scartare? Potremo andare a fare shopping qualche giorno prima e comprare il nuovo Iphone, la borsetta più trendy, la playstation e la bottiglia costosa? O anche solamente la classica sciarpa e l’orribile quanto inevitabile pigiama di flanella?
Da qualche giorno il dibattito nazionale sembra avvitarsi su se e come si potrà festeggiare Natale e feste limitrofe. E la politica – che come al solito segue i trending topic popolari e ne liscia il pelo – si è prontamente sintonizzata sulla lunghezza d’onda, cercando di mandare messaggi tranquillizzanti del tipo “se fate i bravi, possiamo passare un Natale sereno, senza coprifuoco, con la famiglia e il panettone”. Prova ne è la trovata comunicativa del premier Conte che fa sapere alla nazione intera di aver ricevuto la mail di un bambino di 5 anni preoccupato per le restrizioni anti-Covid che mettono a rischio la consueta ed efficiente attività di delivery di Babbo Natale. Ma forse è ancora più esplicativa la quanto meno prematura discussione fra lo stesso Conte e i ministri – almeno stando a quanto riportano le cronache da palazzo Chigi – su cosa consentire e cosa no dal 23 dicembre in poi con l’immancabile divisione fra i rigoristi delle chiusure e i permissivisti delle riaperture.
Un dibattito, questo, sia nel paese che nei palazzi, che stride in modo spiazzante con la cronaca quotidiana dalle trincee del Covid. C’è un evidente e disturbante sfasamento con la sconfortante messe giornaliera di morti, contagiati, ricoveri e terapie intensive. C’è un disallineamento sensoriale con le immagini dei letti improvvisati montati nelle chiese, dei pazienti attaccati alle bombole di ossigeno nelle proprie auto ferme in fila nei parcheggi degli ospedali, dei malati Covid abbandonati morti nei bagni dei pronto soccorso. Insomma, si sorbiscono conversazioni da salotto e da palazzo completamente fuori sincrono con la realtà, che tradiscono un’inconscia quanto irrefrenabile voglia di negazione di quello che succede là fuori. Un istinto ancestrale, che porta a rifugiarsi e ancorarsi al piccolo e rassicurante mondo antico dei riti consumistici natalizi. Inquietante segno di un paese che preferisce discettare della giusta mantecatura del risotto piuttosto che del nuovo mondo che sarà durante e dopo la pandemia.
Perché quello che viene rimosso o non è ancora ben chiaro nella coscienza collettiva è quanto l’avvento inaspettato del Covid sia il classico cigno nero da cui non si può più tornare indietro. Gli storici lo definiscono evento periodizzante, uno spartiacque cui c’era un prima e ci sarà un dopo, come successo ad esempio con la Rivoluzione francese nel Settecento, con la Rivoluzione industriale nell’Ottocento, con le due guerre mondiali nel Novecento. Nell’epoca post Covid c’è quindi da ridiscutere – o quanto meno aggiornare – gli schemi e paradigmi che fin qui hanno funzionato e hanno portato benessere e prosperità, dal sistema di produzione economico all’architettura delle relazioni sociali. E invece ci si attacca a come salvare il Natale, dei consumi e del piacere, proprio come a maggio dopo il lockdown si è pensato principalmente al Ferragosto, finendo però per gettare le basi di un ritorno recrudescente del virus malgrado gli allarmi (inascoltati) di tanti virologi cassandre.
Questa coazione a ritornare al passato, a non ammettere ancora che qualcosa è cambiato, non solo è pericoloso perché, come visto, agevola la diffusione del virus. Ma è soprattutto un segno di grande debolezza e di decadenza di un popolo, laddove il popolo non è solo quello italiano, spagnolo, francese, europeo o americano ma quello occidentale. L’Occidente vive il più grande e lungo periodo di pace e di benessere economico degli ultimi secoli, sono ormai passati 75 anni dall’ultima grande guerra, il che significa che ormai quelle tracce sono sparite quasi del tutto dalla memoria collettiva. Tracce che quanto mai oggi sarebbero necessarie per rammentare il senso del sacrificio e della resilienza di fronte ai grandi eventi della Storia, quella appunto con la s maiuscola. Invece l’uomo occidentale del 2020 non vuole mollare neanche una briciola del proprio livello di piacere e soddisfazione edonistica – e questo è perfettamente comprensibile, anzi salutare – ma soprattutto non vuole mollarlo neanche per un mese, una stagione, un anno. Quando forse basterebbe passare un Natale 2020 un po’ più sobrio e intimo per mettere le basi di un dicembre 2021 più allegro e festoso. Un sacrificio oggi per una lauta ricompensa domani. Ma ormai per il suddetto uomo occidentale l’ansia da futuro è stata scalzata dall’ansia da vaccino, qui e subito.
In tutto ciò si avverte un senso di decadenza, neanche tanto vago. Un senso che descrisse benissimo nel 1941 il filosofo rumeno Emil Cioran nel suo saggio “Sulla Francia”. Ritraendo un paese appena invaso dai nazisti e appena privato dell’onore e della libertà, ha immortalato meglio di ogni altro quella condizione d’animo che avvolge un popolo che preferisce l’inerzia e l’edonismo alla capacità di reagire e alla fermezza di spirito. Un libro che parla della Francia di allora ma le cui parole sembrano raccontare l’Occidente di oggi, perduto davanti al virus e al ritorno del terrorismo islamista. “Dell’individualismo e del culto della libertà per i quali, un tempo, aveva versato il suo sangue, (la Francia, ndr) ha conservato, nella sua forma crepuscolare, solo il denaro e il piacere. (…) Quando non si crede più a niente, i sensi diventano religione. E lo stomaco finalità. Il fenomeno della decadenza è inseparabile dalla gastronomia”. E infatti il problema principale, oggi, è il cenone.

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