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Mag 02

Napolitano: “Quest’anno più che festa è allarme lavoro”

ECONOMIA
Fonte: La Stampa
politica

I sindacati al governo: basta annunci e sorrisi. Il Colle: si impongono riforme

Questo primo maggio purtroppo ha un nome: si chiama «allarme lavoro». E per provare a frenare la disoccupazione – gravissima al sud quella giovanile e femminile – c’è una sola strada: realizzare il massimo delle riforme, discutere ma poi decidere e mostrare tutti (sindacati per primi) «coraggio e innovazione».

Non ha nascosto la propria personale angoscia Giorgio Napolitano per i terribili dati sulla disoccupazione in Italia. E ha lanciato un appello alla ragionevolezza di tutti nella giornata che celebra il lavoro spiegando senza peli sulla lingua che oggi più che mai « si impongono riforme razionalizzatrici, dal mercato del lavoro al sistema tributario, e politiche severe di impiego trasparente e produttivo del denaro pubblico, incidendo su sprechi, corruzione, privilegi e parassitismi».

Sulla stessa lunghezza d’onda Matteo Renzi che proprio contro la burocrazia sta lavorando in questi giorni. Il premier ha dovuto constatare però che la gravità della malattia che affligge l’Italia non si può curare in un solo mese.

Resta comunque un monito chiarissimo, quello del presidente della Repubblica. Napolitano da un lato ha pungolato Governo, forze sociali e Parlamento a sbrigarsi, dall’altro sembra fornire una sorta di `endorsement´ alle linee guida per la riforma della pubblica amministrazione illustrata ieri dal presidente del Consiglio. Misure che hanno proprio l’obiettivo di cercare di semplificare la barocca struttura normativa italiana. «Non è facile `slegare´ questo Paese da lacci inutili e anacronistici» e «soprattutto, non lo si fa in un giorno e nemmeno in un mese», ha premesso il presidente del Consiglio in una lettera al quotidiano `Europa´. Ma bisogna farlo e senza cadere negli errori del passato, per esempio cedendo all’impulso di decidere attraverso «estenuanti trattative» o seguendo «i tempi lunghissimi della politica tradizionale».

Bisogna infatti sì discutere ma alla fine decidere, gli ha fatto eco il capo dello Stato probabilmente pensando alle difficoltà che sta incontrando in Parlamento – ma anche dentro il Pd – il cammino del decreto Lavoro. Il presidente della Repubblica – ha spiegato lo stesso Napolitano celebrando al Quirinale la festa del lavoro – non si esprime «sul merito» dei provvedimenti all’ordine del giorno: ma l’emergenza è tale che sul tema del lavoro, anche se «il confronto è fisiologico e il dissenso pienamente libero di esprimersi», si deve tener ben presente che «le scelte conclusive non possono tardare a lungo”. E il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, lasciando il Quirinale, ha confermato che il Governo non ha nessuna intenzione di rallentare sul Jobs act: «questo Governo si è distinto per l’impegno a fronteggiare la spirale recessiva in atto, assumendo con responsabilità decisioni forti, volte a dare segnali concreti di ripresa e stimolare, in modo significativo, una nuova crescita dell’economia», ha spiegato assicurando che sul Jobs act l’esecutivo andrà avanti con decisione essendo un provvedimento «importante», tra l’altro presentato all’Europa, che va «nella direzione della semplificazione e chiarimento delle norme».Infine dal presidente non è mancato un invito al cambiamento diretto alle organizzazioni sindacali: «i sindacati hanno un ruolo essenziale», ha premesso Napolitano. Ma oggi, nel momento di crisi, sono chiamati «a concorrere alla ricerca di soluzioni solidaristiche e innovative coraggiose e determinate».

Intanto i leader di Cgil, Cisl e Uil dalla manifestazione del Primo Maggio incalzano il Governo Renzi usando le sue stesse parole d’ordine: «Cambi davvero marcia». E incalzano un sistema imprenditoriale giudicato assente, concentrato su tagli e dividendi, miope nel non creare sviluppo e futuro, pronto più a delocalizzare che a investire.A Pordenone si sono così svolti corteo e manifestazione, dove il vicino stabilimento Electrolux di Porcia diventa il «caso esemplare» per rappresentare la crisi industriale del Paese, di tutte le crisi aperte, un simbolo per quella che quest’anno è ancora «la Festa del lavoro che non c’è».

Servono un governo e una politica che siano fatti «non solo di annunci ma di riforme per cambiare a fondo il Paese», servono «qualche sorriso in meno e qualche speranza in più per il mondo del lavoro», chiede la leader Cgil Susanna Camusso: «Il governo non pensi che si possa continuare, come è stato fatto in questi anni, con una politica che scarica i costi sui lavoratori e sui pensionati, che non ha creato posti di lavoro e che continua a impoverire il Paese».

Servono investimenti e non nuove regole per il mercato del Lavoro dicono con forza i tre leader dei sindacati confederali: «Smettiamola di creare leggi. Una legge non crea lavoro, una legge può anche cancellare la speranza di lavoro», avverte Camusso. «Il lavoro non si crea con le nuove norme ma con la buona economia. Sono bugiardi se dicono il contrario», dice per la Cisl Raffaele Bonanni. E Per la Uil Luigi Angeletti insiste: nelle regole e nelle scelte di politica industriale «pessime idee hanno fatto troppi danni, creato molti disagi, danneggiato migliaia di persone».

Bene il bonus in busta paga del Governo Renzi: «un po’ di redistribuzione fiscale» è la strada giusta, ma ora bisogna pensare anche a incapienti, precari, pensionati, avvertono i sindacati. Renzi pensi anche «ai lavoratori più poveri, calpestati, sfruttati: un milione di persone abbandonate», avverte Bonanni.

Non mancano le stoccate alle imprese. «Non può esserci crescita e sviluppo senza fabbriche», dice Angeletti. Così non si esce dalla crisi «pensando che si impoveriscono ancora i lavoratori e si arricchiscono i profitti», dice Camusso: bisogna superare «l’idea che per affrontare la crisi e per investire bisognava togliere risorse dai lavoratori con il risultato che abbiamo tanti imprenditori che vogliono togliere soldi ai lavoratori ma non mettono un soldo negli investimenti». E poi «che idea di Paese c’è se si va avanti solo con l’annunciare esuberi e ristrutturazioni per far aumentare il valore dei titoli in Borsa e distribuire maggiori dividendi».

 

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