Migranti e nemici inesistenti

Fonte: Corriere della Sera

di Carlo Verdelli

Mario Draghi, che sarà il padrone di casa del G20, ha detto: «La Ue deve tenere fede agli impegni. Si faccia di più: servono piani d’azione chiari e una gestione davvero comune dei flussi, per le molte circostanze in cui la solidarietà sarà necessaria. In Europa ci si sta non solo per bisogno ma anche per realismo e idealismo»

Il lato oggi più esposto di una democrazia è il dovere di umanità. Passata una certa soglia, si entra in una terra incognita dove la difesa dell’interesse nazionale diventa offesa al principio fondante di una civiltà appunto democratica, cioè la pari dignità non solo tra gli abitanti di un Paese ma tra i viventi del mondo. La dolorosa questione dei migranti sta portando l’Europa al di là di quel confine, così stabilmente e ferocemente da legittimare il dubbio se si possa ancora considerare liberale un continente incapace di onorare, e anzi sempre più disposto a disconoscere, le ragioni ideali di cui è stato laboratorio e culla.
A metà ottobre, sono arrivate nell’Unione, via terra e via mare, 87.500 persone, di cui 49 mila in Italia (l’anno scorso, la metà, 26 mila). Numeri importanti, di certo non destabilizzanti. Eppure, da dovunque provengano, quali pene soffrano e esibiscano sulla pelle, quante migliaia di morti possano documentare come passaporto per accedere a una vita degna in Paesi non indegni, i profughi sono diventati il virus da cui proteggersi. L’unico vaccino finora brevettato per scongiurare il male che i nuovi miserabili rappresentano sono i muri, i fili spinati, i respingimenti, i finanziamenti sciagurati ai ras che presidiano gli inferni da cui cercano di scappare: pagare perché se li tengano e ne facciamo l’abuso che vogliono.
Questa è oggi, e non da oggi, l’Europa che si riunirà a Roma sabato e domenica, insieme ad altri partner internazionali, per un G20 con un vasto programma (dal Covid alla crisi ambientale a quella economica), al quale è stato aggiunto in coda il caso Afghanistan, ultimo fronte da cui aspettarsi esodi di massa. Già tanto che compaia nell’elenco la tragedia universale di questo inizio secolo, anche se mimetizzata a fine lista. A Kabul si muore perché non si trova più cibo, per una vendetta talebana o perché ci si ostina a suonare uno strumento musicale. Erano stati promessi corridoi umanitari per quel popolo riprecipitato nel terrore. Ma non pare una priorità, come non lo è l’interminabile incubo libico o la vergogna delle file esauste di richiedenti asilo lasciati congelare sulla rotta balcanica. Di tutti gli «ismi» che si oppongono ad affrontare questa piaga della nostra civiltà, preferendo negarla o annegarla, non è il sovranismo quello che meglio li riassume, e nemmeno il razzismo. È l’egoismo elevato a sistema di comando e di controllo delle paure, con il fine di tutelare non la quieta vita degli elettori ma il potere di chi si offre loro come paladino contro i più disarmati degli invasori.
Il paradosso è che a parole, almeno a parole, alcune delle autorità più rappresentative hanno molto chiaro il pericolo del medioevo prossimo venturo a cui andiamo incontro. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha rigettato la richiesta di finanziamenti per costruire muri anti migranti avanzata da 12 Paesi dell’Unione, particolarmente dimentichi dei valori propri dell’Unione a cui aderiscono. Papa Francesco, dall’altissimo del suo magistero, è appena tornato a inginocchiarsi davanti a chi ha in mano i destini del mondo: «Chiedo ancora una volta che la comunità internazionale mantenga le promesse e cerchi soluzioni comuni, concrete e durevoli per la gestione dei flussi dalla Libia e del Mediterraneo». E poi, rivolgendosi direttamente alle vittime di soluzioni mai neanche cercate: «Sento le vostre grida e prego per voi. So quanto soffrono coloro che sono rimandati indietro, ci sono dei veri lager lì, in Libia. Siamo tutti responsabili». Dal fronte laico, altrettanto forte si è alzata la voce del Presidente Mattarella: «Non si può mettere il cartello col divieto d’ingresso dall’Africa o dai Balcani. Le persone in fuga non sono nemici».
Non lo sono, anche se la mistificazione di tanti leader politici, da Salvini a Orbán, da Meloni a Le Pen, spende ogni energia per farli apparire tali. E su questa linea incandescente, che attraversa coscienze e appartenenze non necessariamente di sinistra, si sparano fantasmi come le pistole giocattolo le bolle di sapone: ci rubano il lavoro, portano malattie, stuprano le donne, spacciano droga, diffondono il dio dell’Islam contro il nostro. Generalizzazioni spicce che hanno avuto l’effetto di attecchire rapidamente in terreni non coltivati dalla buona politica, e insieme di rendere flebili le argomentazioni e le azioni di contrasto. Basti pensare alla fine che ha fatto la proposta di Enrico Letta, appena diventato segretario del Pd, per introdurre lo Ius Soli in questa legislatura: riguarderebbe un milione di minorenni nati in Italia, che parlano italiano, che non toglierebbero niente a nessuno. Sparita dai radar, causa persa in partenza, non è il momento (neanche per chi l’aveva sostenuta).
E quando arriverà, o più precisamente tornerà, il momento di smettere di considerare lo straniero un nemico? Il nostro premier, Mario Draghi, la cui influenza è notevole e nota anche al di fuori dei confini nazionali, sarà il padrone di casa dell’imminente G20. Di recente ha provato a dare una scossa all’Europa, di cui è stato banchiere centrale, proprio sulla vicenda migrazioni: «La Ue deve tenere fede agli impegni. Si faccia di più: servono piani d’azione chiari e una gestione davvero comune dei flussi, per le molte circostanze in cui la solidarietà sarà necessaria. In Europa ci si sta non solo per bisogno ma anche per realismo e idealismo». Quanto all’Italia, «l’approccio del nostro governo non può che essere equilibrato, efficace e umano: nel proteggere i confini dall’immigrazione illegale e dai traffici di profughi ma anche nell’accoglienza». Ha usato proprio queste parole, Mario Draghi: approccio umano e accoglienza. Il che significa, «continuare a salvare vite sulla rotta mediterranea e trasformare i migranti in fratelli, invece che trattarli da nemici». Sintonia anche lessicale, «nemici», con il monito di Mattarella. Riuscirà questo principio, e i testimoni eccellenti che lo rivendicano, a fare breccia nel fin troppo esteso G20 di Roma, che ospiterà Paesi a zero ospitalità e massima ostilità ai diritti civili e banalmente umani come Turchia, Brasile, Arabia Saudita?
Il senso di comunità e le risorse economiche e scientifiche a disposizione stanno salvando l’Europa e gli Stati Uniti dal flagello del coronavirus. L’Africa, che ha il 17 per cento della popolazione mondiale, ha finora ricevuto il 2 per cento dei vaccini contro il 70 per cento dei Paesi variamente ricchi. Al di là delle motivazioni umanitarie, la pretesa di salvarsi da soli è un’illusione archiviata dalla storia e non prevista nel perimetro pur largo di una democrazia. Lo stesso vale per il virus, diffusamente percepito come tale, di quella parte di umanità che non si rassegna a una fine grama e nota. È fatta di esseri di ogni età, laureati e studenti, lavoratori e giovani in cerca di un futuro, madri che sperano di dare un domani ai propri figli, e bambini, una marea di bambini nati senza colpa alcuna. Scriveva il poeta Gianni Rodari: «La lacrima di un bambino capriccioso pesa meno del vento, quella di un bambino affamato pesa più di tutta la terra». Prima o poi verrà il momento, quale sia la fede che ci ispira o la parte politica che ci rappresenta, di affrontare quel peso insopportabile, invece di scacciarne la sagoma come fosse un tabù.

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