L’ultimo filo spezzato

EDITORIALE

Fonte: Corriere della Sera

di Danilo Taino

 

Fine dei giochi. A meno di un colpo a sorpresa ad Atene – ad esempio la caduta del governo di sinistra – domenica prossima i greci voteranno. Nominalmente, sul programma di aiuti proposto dai creditori del Paese, in pratica sulla permanenza o meno della Repubblica ellenica nell’Unione monetaria. Ieri, il premier Alexis Tsipras ha spezzato anche l’ultimo filo che si pensava potesse portare a un compromesso: di notte ha mandato una lettera ai creditori per dire che accettava parte delle loro proposte, 15 ore dopo – prima di ricevere risposta – li accusava in televisione di «ricatto» al popolo greco. Schizofrenia da panico di chi ha perso il controllo della situazione. Oppure propaganda per cercare di convincere i greci a votare No. Probabilmente entrambe le cose.

Nelle intenzioni di Tsipras e del governo di Syriza, il referendum era l’opzione nucleare. La minaccia che avrebbe messo con le spalle al muro la Ue, la Banca centrale europea, il Fondo monetario internazionale: nella convinzione che i pavidi rappresentanti del capitalismo davanti alla possibilità che un Paese esca dall’euro sarebbero crollati e avrebbero accettato di dare altro denaro alla Grecia in cambio di promesse generiche. Pur non essendo dei cuor di leone, i leader europei non sono invece stati i primi a sbattere le ciglia, nella partita a poker: ancora ieri hanno detto che la Grecia ha in mano il suo destino, rispetteranno le scelte dei cittadini. Angela Merkel ha chiarito che a questo punto la decisione è affidata al referendum e che comunque l’Europa è in grado di sostenerne qualsiasi esito.

Il calcolo di Tsipras e del suo ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, che si ritenevano in una posizione di rendita non attaccabile e vedevano nei creditori la voglia di cedere, si è rivelato sbagliato. Nel cosiddetto «game of chicken» – le due auto che corrono una contro l’altra per vedere chi scarta prima – i creditori hanno tenuto la strada, Atene ha curvato verso il referendum. E ha rivelato che nelle sue intenzioni non c’è mai stata l’opzione collaborativa. Soprattutto, è successo che, nel nome della democrazia, il governo di sinistra ha usato il popolo greco come un’arma, non per farlo esprimere sui suoi interessi ma per cercare di schierarlo contro gli avversari, che sarebbero rappresentanti del capitalismo europeo che ricatta i greci, come ama dire Tsipras. Convocando il referendum, più che dare la parola al popolo lo hanno chiamato a dare l’assalto al Palazzo d’Inverno dell’eurozona.

Non c’è niente di cui gioire. Come ha più volte detto ieri in Parlamento il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, c’è da essere tristi per il popolo greco. A questo punto, anche chi vorrebbe votare «no» domenica prossima per fare riprendere al Paese una sua sovranità dev’essere seriamente perplesso all’idea di restare poi con un governo che nella migliore delle ipotesi è irresponsabile e nella peggiore avventurista.

Resta il fatto che, qualunque sia il risultato del referendum di domenica prossima, l’eurozona e la Ue hanno due grandi responsabilità. La prima: fare in modo che Atene resti aggrappata all’Europa e che la popolazione greca sia aiutata a uscire al più presto dalle sofferenze in cui si trova. Non sarà facile ma è un obbligo del quale gli europei devono farsi carico. La seconda: garantire che la crisi greca, iniziata male e gestita peggio, sia la lezione che permette a tutta l’area euro, a 18 o a 19 membri, di cambiare e di costruire un’architettura solida e accettata dai cittadini. Altrettanto obbligatoria .

 

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