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Mag 31

Lo sbarramento basso riduce l’ingovernabilità

Fonte: Corriere della Sera

di Stefano Passigli

Habemus Germanicum. Fumata bianca? Sì, se ci contentiamo di una legge largamente condivisa indipendentemente dai suoi effetti. No, se l’obiettivo era assicurare una maggioranza di governo. Con una legge interamente proporzionale anche una coalizione tra Pd e FI resterà minoritaria. In ogni caso le 7 classi di età che votano solo per la Camera renderanno ben difficile che una maggioranza in un ramo del Parlamento sia maggioranza anche nell’altro. Allo stato è realistico ipotizzare che nessun partito possa oggi superare il 40%. Se dunque qualsiasi futuro governo sarà frutto di una coalizione, appare incoerente alzare al 5% la soglia di accesso al Parlamento. I partiti minori, infatti, sono spesso essenziali al formarsi delle coalizioni. La loro sparizione rafforzerebbe la rigidità tripolare del sistema: i maggiori partiti guadagnerebbero qualche seggio senza però raggiungere una autosufficiente maggioranza di governo. Mantenere al 3% la soglia è dunque nell’interesse della governabilità.
Se si adotta il sistema tedesco, si conservi allora la regola che permette al partito che abbia vinto in almeno 3 collegi uninominali di accedere alla ripartizione proporzionale dei seggi. Che la presenza di partiti minori faciliti la formazione di coalizioni è provato dai 1.500 giorni del governo Renzi, mantenuto in vita al Senato da piccoli gruppi nati da formazioni maggiori. Al trasformismo parlamentare è insomma sicuramente preferibile la presenza di stabili, anche se minori, partiti politici con i quali concordare programmi prima del voto e accordi di desistenza in singoli collegi. A quanti pongono la governabilità come primo obiettivo è opportuno ricordare che in Germania la stabilità dell’Esecutivo è stata innanzitutto assicurata dalla «sfiducia costruttiva» e non dalla legge elettorale: solo un deficit di conoscenza e un surplus di autostima ha portato a non inserire nella riforma costituzionale la sfiducia costruttiva, e a proporre una «grande riforma» anziché singole riforme mirate della nostra Carta. Questa seconda via, avrebbe assicurato un corretto bicameralismo funzionale, l’abolizione del Cnel, e con la sfiducia costruttiva governi più stabili senza bisogno di attenderci la governabilità da una manipolazione del sistema elettorale.
Essenziale ora non commettere ulteriori errori. Un errore sarebbe non abolire le liste bloccate, mantenendo così un Parlamento di «nominati», causa prima del distacco dei cittadini dalla politica. Ed un errore sarebbe varare la legge elettorale avendo come reale obiettivo un anticipato ritorno alle urne. Anche tacendo che un ridisegno dei collegi — compito che in ogni Paese è affidato a Commissioni indipendenti e non al governo — porterebbe comunque a votare nel 2018, è opportuno mantenere alla legislatura la sua scadenza ordinaria. Lo impone un’elementare prudenza: dopo il voto anticipato potremmo trovarci senza governo e senza una maggioranza in grado di varare la legge di Stabilità, con il conseguente ricorso all’esercizio provvisorio e aumento dell’Iva. Se a questo si aggiunge il progressivo venir meno del quantitative easing è facile comprendere a quale rischio esporremmo i conti del Paese e la nostra economia. In secondo luogo, se l’assetto oramai multipolare del nostro sistema politico porterà inevitabilmente a governi di coalizione, è opportuno che tali coalizioni si formino intorno a principi e a programmi che ne consentano la stabilità. Oggi solo due collanti possono assolvere a tale compito: l’Europa, o l’anti- Europa. «L’Europa sì, ma non così» è uno slogan, non un programma di governo. Con una legge elettorale proporzionale, Pd, FI, Lega, e Cinque Stelle, privi di una propria autosufficiente maggioranza, se vorranno costruire una stabile coalizione di governo dovranno confrontarsi innanzitutto sull’Europa. Solo questo potrà mutare gli attuali numeri elettorali e permettere di sperare che l’Italia non affondi in una sempre più pericolosa ingovernabilità.

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