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Apr 19

L’Italia che resta indietro nel mondo globalizzato

Fonte: Corriere della Sera

di Michele Salvati

Tutti i Paesi sviluppati sono cresciuti di più del nostro. Ovviamente questa differenza si riverbera sul reddito procapite e sul benessere dei cittadini

Globalizzazione e Unione europea sono state oggetto di critiche feroci nella recente campagna elettorale. Forse è il caso di riconsiderarle con un po’ di chiarezza e di realismo.
1. La globalizzazione è il mare in cui nuotiamo e, come singolo Paese di stazza medio-piccola, non possiamo far nulla contro l’indirizzo neoliberale che essa ha assunto a partire dagli anni 80 del secolo scorso: possiamo solo rimpiangere l’indirizzo ben diverso che essa aveva avuto nei trent’anni successivi alla seconda guerra mondiale. La globalizzazione ha sollevato dalla povertà più abbietta centinaia di milioni di persone nei Paesi meno sviluppati e, anche in quelli più sviluppati, essa ha avuto vincitori e vinti, Paesi che hanno prosperato e Paesi che sono restati indietro, anche se i ceti più poveri e meno istruiti ne hanno ovunque sofferto. L’Italia è restata indietro, non ha saputo adattarsi alle conseguenze (prevedibili) che sarebbero derivate dal balzo in avanti del progresso tecnico, da una concorrenza intensificata negli scambi di beni e servizi e soprattutto da una libera circolazione dei capitali. Non ha capito che il suo vecchio modo di sostenere il reddito e competere internazionalmente — tramite spesa pubblica, inflazione e periodiche svalutazioni — era finito per sempre.
2. L’Europa unita avrebbe potuto fare di più per modificare le regole della globalizzazione neoliberale e rallentare le conseguenze negative di questa fase per i Paesi con maggiori difficoltà di adattamento. E può ancora farlo: solo l’Unione Europea, se veramente unita, ha le dimensioni per incidere su processi di livello mondiale. Non l’ha fatto sinora, anche perché molti dei suoi Paesi più forti con queste regole prosperavano e perché quelli che ne soffrivano non sembravano rendersi conto degli sforzi che dovevano fare per adattarsi alla nuova situazione internazionale. Di qui le continue tensioni tra gli Stati che partecipano all’Unione, tra Nord e Sud Europa.
3. L’uscita dall’Unione (al momento l’unico modo di uscire dall’Euro) non è un’opzione per noi: essa sarebbe vista con favore da un ceto economico-politico molto influente in Germania e nei Paesi nordici (non siamo «noi» che vogliamo uscire, ma «loro» che vogliono cacciarci), e per noi sarebbe un disastro. Al di là dei costi che la transizione imporrebbe, enormi, come e dove ci ritroveremmo? Cadremmo dalla padella alle brace: molto impoveriti, ci ritroveremmo sempre in un sistema mondiale neoliberale e globalizzato, in cui potremmo prosperare solo diventando più competitivi. Per di più, senza alcuna possibilità di influire sulle scelte europee, le uniche che a loro volta potrebbero influire sulle tendenze della globalizzazione. Le riforme radicali che ci rifiutiamo di fare in nome dell’Unione dovremmo comunque farle per ragioni di sopravvivenza: i mercati internazionali sono assai meno indulgenti dell’Europa.
4. Dunque riforme, e riforme che possono essere impopolari. Ne abbiamo fatte non poche, soprattutto con i governi Amato, Dini e Ciampi, con il primo e secondo governo Prodi, con il governo Monti, con i governi Renzi e Gentiloni, tutti abbattuti da contrasti interni e da un’opposizione che faceva leva sullo scontento popolare. Riforme imperfette, comunque lente a sortire i loro effetti e di un ordine di grandezza insufficiente a sostenere la crescita nel contesto internazionale in cui siamo entrati più di trent’anni fa. Le premesse del declino erano state poste assai prima, ma le conseguenze sono diventate evidenti da almeno un quarto di secolo: è da allora che l’Italia non cresce. Fatto 100 il Pil del 1995 siamo oggi a quota 106 mentre tutti i Paesi sviluppati sono cresciuti di più e gli stessi con i quali più frequentemente ci confrontiamo, i Paesi dell’Eurozona, stanno in media a quota 135, quasi 30 punti più di noi. Una differenza che ovviamente si riverbera sul reddito procapite e sul benessere dei cittadini. Eppure tutti questi Paesi sono soggetti alle stesse regole della globalizzazione neo-liberale, o a quelle, più articolate, dell’Unione Europea e della Moneta Unica. Perché l’Italia va peggio?
Non occorre essere dei grandi economisti per rendersi conto che questa è un’analisi corretta della situazione in cui versiamo, inoppugnabile nella sua semplicità. Né dei grandi politologi per comprendere che, in un Paese che non cresce, i cittadini sono furenti con chi ha governato: «tutti a casa!» Così, in buona misura, è avvenuto nelle recenti elezioni. Ma se leggiamo i programmi elettorali di Lega e 5 Stelle è evidente che non hanno capito la situazione grave in cui l’Italia si trova. Hanno vinto portando alle estreme conseguenze una strategia elettorale già adottata (con diverso ritegno e diversi esiti) dai loro predecessori, da Berlusconi e Renzi: anch’essi erano convinti, purtroppo con buoni motivi, che soltanto un ottimismo irrealistico e diseducativo fa vincere le elezioni nel nostro Paese. Poi, una volta al governo, si vedrà. Questa volta le promesse elettorali sono però talmente estreme che sembra impossibile trasformarle in un programma di governo accettabile dall’Europa e sostenibile in un contesto di mobilità dei capitali: chi le ha fatte dovrà rimangiarsele, col rischio di perdere la faccia.
Perdere la faccia? Non è la prima volta che ciò avviene in Europa: è avvenuto in Grecia con le promesse di Tsipras o in Portogallo, con quelle dei partiti di estrema sinistra che ora appoggiano il primo ministro socialista Costa, e non sembra che in questi due casi la perdita della faccia abbia avuto come conseguenza la perdita del governo. Anzi, nel caso portoghese le cose sembrano andare abbastanza bene. Ma ogni Paese è un caso a sé e vedremo che cosa succederà in Italia: per ora l’incertezza regna sovrana.

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