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Giu 28

L’Iran e il sogno (clandestino) di negoziare con Trump

Fonte: Corriere della Sera

di Franco Venturini

La tentazione di seguire l’esempio di Kim Jong-un è forte tra i giovani di Teheran mentre aumentano le proteste per la crisi


Se Donald Trump ha quasi abbracciato Kim Jong-un che ha un arsenale nucleare, perché l’Iran che non lo possiede rifiuta di negoziare con lui?
Detta così, e detta da cento politici iraniani, la proposta assume il sapore di una provocazione temeraria. A Teheran non soltanto i conservatori e l’Ayatollah Khamenei, ma anche i riformisti del presidente Rouhani hanno preso malissimo l’uscita unilaterale degli Usa dal patto anti-bomba sottoscritto nel 2015. L’Iran non discuterà accordi diversi, questo è stato da subito il verbo comune.
Poi, sembrerebbe, la realtà ha cominciato a farsi strada. Gli europei non rinnegano l’accordo? Lo dovranno fare, sotto la minaccia delle sanzioni americane. Trump ci ripenserà? Nemmeno per sogno, sono in arrivo nuovi pesantissimi castighi e la vitale vendita di petrolio agli europei dovrà cessare del tutto entro il 4 novembre. L’arrivo di una autentica catastrofe economica è stata subito percepita dalla popolazione, ed è ripresa la repressione delle proteste di piazza che crescono di pari passo con l’aumento dei prezzi.
In questo clima, il 12 giugno scorso anche l’Iran ha visto sui teleschermi gli ampi sorrisi e le interminabili strette di mano tra Donald Trump e Kim Jong-un. Anche gli iraniani hanno assistito a scambi di promesse che sembravano inverosimili, a offerte di pace e di benessere per uno dei popoli più poveri del mondo. Forse è scattata in quel momento, la voglia di provocazione. Perché loro sì e noi no? Perché non negoziare con Trump, non offrirgli nuovi motivi per diventare un eroe mondiale della pace? Perché non gridare «Iran first» , invece di spendere risorse per la Siria, per Hezbollah, per lo Yemen?
L’appello dei cento, secondo quanto ha riferito il Financial Times, ha come punto di riferimento politico Faezeh Hashemi Rafsanjani, figlia dell’ex presidente dell’Iran morto lo scorso anno. Ma Faezeh non è sola, perché l’idea di rompere l’isolamento economico dall’Occidente e di mettere alla prova Trump è (clandestinamente) molto diffusa in una società composta soprattutto da giovani. Soprattutto ora che Kim ha inconsapevolmente alimentato la voglia di una svolta, e che cento personalità si sono esposte. Allora, cambierà qualcosa?
Occorre dirlo, è assai improbabile. I «cento» sono isolati nel potere interno iraniano, e le proteste di piazza per ora non aiutano a schivare le accuse di tradimento. Trump, da parte sua, ha posto condizioni capestro per parlare con Teheran e togliere le sanzioni vecchie e nuove: di fatto una resa regionale dell’Iran e una totale riscrittura delle clausole anti-nucleari, il che non escluderebbe l’uso della crisi economica come leva per ottenere un «regime change» a Teheran. Eppure quel Kim, quei sorrisi, quei filmati su come potrebbe diventare la Corea del Nord… Che rabbia, deve tormentarsi Faezeh.

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