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Feb 22

L’illusione isolazionista

Fonte: Corriere della Sera

di Franco Venturini

L’unica certezza è che l’Unione europea rischia di pagare carissimo le sue divisioni interne e il suo ritardo in tema di difesa. La prospettiva è di diventare strategicamente irrilevante, e di essere tagliata fuori dalla grande competizione tecnologica della nuova era


Non è facile allungare lo sguardo oltre le nostre risse politiche interne, ma mentre noi ci guardiamo l’ombelico gli equilibri mondiali cambiano velocemente e promettono di emarginare l’Europa comunque vada l’esame verità delle elezioni di fine maggio. Proviamo a guardarci intorno senza cedere a una propaganda martellante che si è ormai impadronita anche della politica internazionale. Donald Trump si rafforza di giorno in giorno in vista delle cruciali elezioni per la Casa Bianca del prossimo anno. L’economia continua a tirare, il braccio di ferro sul «muro» anti migranti al confine con il Messico scandalizza molti americani ma non dispiace agli elettori del Presidente, e il Partito democratico, mentre dovrebbe prepararsi alla volata finale, propone invece un gran numero di potenziali candidati liberal nessuno dei quali appare in grado di occupare il centro politico e battere Trump. La politica estera degli Usa, poi, punta al graditissimo ritorno a casa dei boys mandati a combattere in Siria e in Afghanistan, e non dispiacciono nè le sanzioni anti Russia né quelle anti Iran. Come non dispiace la sfida commerciale alla Cina, e soltanto una minoranza colta si inquieta dei continui dispetti che Trump dedica ai non abbastanza docili alleati europei. Non sorprende che Angela Merkel rimproveri al presidente americano di «mandare in mille pezzi il mondo», ma la Cancelliera non sembra capire fino in fondo che questa azione di smontaggio è proprio quel che Trump si è ripromesso di fare sin dall’inizio.
Il secondo lato del triangolo di potere che governerà il mondo prossimo venturo (o G-3, come è già di moda chiamarlo) si chiama Xi Jinping. Lui non ha elezioni da vincere e nemmeno avversari interni che possano preoccuparlo. La sua leadership della Cina è sine die, la sua forza risiede nella geniale invenzione ibrida di Deng Xiaoping nella seconda metà degli Anni Settanta (affiancare il Partito comunista a un capitalismo sfrenato), la sua arma per rivaleggiare con gli Usa consiste in una capacità tecnologica assai vicina a quella americana, anche in campo militare. Prova ne sia l’energica campagna di Washington per indurre gli alleati a rifiutare il sistema di comunicazione G5 offerto da Huawei. Destinate a convivere, America e Cina troveranno presto o tardi un accordo commerciale e tecnologico. Che eviterà la guerra tra loro, ma prevederà una dura competizione, come accade già oggi, per controllare gli altri.
Il terzo della compagnia è Vladimir Putin. Non certo per la forza di una economia russa sempre più fragile o sulla spinta di un consenso interno sempre minore (sebbene ancora maggioritario in termini elettorali), ma piuttosto perché la Russia conserva l’unico arsenale nucleare paragonabile a quello americano, ha il diritto di veto all’Onu e conduce una politica estera spregiudicata ma efficace. Putin, inoltre, non sembra pensare a dimettersi per facilitare la successione al Cremlino come avevano previsto imprudenti osservatori. Semmai, la sua spina nel fianco è di essere stato spinto nelle braccia della amica ma temuta Cina dalle sanzioni occidentali. Pazienza, l’asse con Pechino è oggi una realtà necessaria che dovrà servire a contenere la potenza statunitense, e l’aver ricostruito una robusta presenza russa in Medio Oriente è soltanto l’inizio di una operazione ritorno che oggi risulta ben visibile in Venezuela (assieme alla Cina, in Africa e negli aiuti sciagurati forniti all’estrema destra europea. Il Russiagate blocca le eventuali buone intenzioni di Trump, ma proprio dalla Casa Bianca è venuto da poco un segnale significativo: Mosca non ha da temere dall’abbandono Usa del trattato Inf sui missili a breve e medio raggio, e l’America sarebbe anzi lieta di negoziare un nuovo trattato purché lo sottoscriva anche la Cina.
Eccolo disegnato, il G-3. Un triangolo spinto dal dominio tecnologico, dalla continuità dei leader, e soprattutto dal tramonto dell’ordine precedente che l’America aveva costruito dopo la Seconda guerra mondiale e che aveva come pilastri la cooperazione atlantica e l’integrazione europea. Quell’epoca è passata assieme a tutti i suoi accordi e trattati, mostra di credere Trump, e non saranno né Xi Jinping né Putin a mettergli i bastoni tra le ruote. Tornerà, soprattutto se Trump vincerà nel 2020 ma probabilmente anche se perderà, una ideologia di potenza e di sovranità (delle potenze, sia chiaro) che metterà alla porta il multilateralismo sovranazionale e si proclamerà «liberale» senza esserlo. Così come accadeva nel bipolarismo Usa-Urss, ogni membro del futuro G-3 seguirà due percorsi paralleli: da un lato il controllo dei propri seguaci e quello comune dei focolai di instabilità, dall’altro una dura competizione con gli altri due soci al servizio dei propri interessi e delle proprie ambizioni.
La domanda che ci riguarda diventa allora: potrà l’Europa, e potrà ogni singolo Paese europeo sopravvivere al «nuovo ordine» imposto dal triangolo di ferro? L’unica certezza è che l’Unione Europea rischia di pagare carissimo le sue divisioni interne e il suo ritardo in tema di difesa. La prospettiva è di diventare strategicamente irrilevante, e di essere tagliata fuori dalla grande competizione tecnologica della nuova era. Un Trump rieletto, poi, non mancherebbe di esigere, ancor più di quanto faccia già oggi, che l’Europa diventi un docile insieme di individualismi aperti a rapporti bilaterali con gli Usa (ma non con la Cina o la Russia).
Quanto basta per farci capire fino a che punto siano lontani dalla realtà i proclami dei nostri nazional populisti, gialli o verdi poco importa, quando annunciano che l’Europa attuale sarà «spazzata via» dagli elettori e che l’Italia potrà finalmente essere sovrana e badare ai suoi interessi. Se guardiamo al mondo, vien da credere piuttosto che le urne europee di fine maggio ci proporranno una alternativa secca e senza appello: tra una limitata sovranità europea pronta a battersi per trovare posto nel G-3, e una sovranità nazionale del tutto inesistente perché vincolata a rapporti bilaterali con i veri potenti.

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