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Dic 12

lezioni in Gran Bretagna, il sogno corsaro dei «figli» della Thatcher

Fonte: Corriere della Sera

di Beppe Severgnini

Terzo voto in quattro anni: per Londra sono le elezioni più imbarazzanti. Se Johnson dovesse trionfare, potrebbe trasformare il Paese in uno Stato deregolamentato e ultraliberista per sfidare l’Ue

Terzo voto in quattro anni, senza contare il referendum. Non sono le più importanti elezioni della storia britannica, ma sono tra le più ansiose, le più fredde — non si vota in dicembre dal 1923 — e, forse, le più imbarazzanti.
Per una grande e consolidata democrazia, non essere riuscita a condurre in porto l’uscita dall’Unione Europea, decisa nel giugno 2016, è irritante e umiliante. Boris Johnson, detto BoJo, primo ministro in carica, punta su questa frustrazione. «Get Brexit done» (portiamo a casa la Brexit) è un astuto slogan elettorale. S’appella al pragmatismo di una nazione logica, reduce da tre anni e mezzo velleitari e illogici. Vincerà, BoJo? Probabilmente sì, ma non si sa se otterrà la maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni. Il radicalismo antieuropeo dei conservatori — condito di alcune dichiarazioni sgradevoli sugli europei residenti in Gran Bretagna — è riuscito a spazzar via il Brexit Party: a destra dei tories non c’è più niente. L’istinto maggioritario degli elettori sta facendo il resto. I liberaldemocratici (Lib Dems) di Jo Swinson — moderati ed europeisti — sono in calo. Andranno bene a Londra, ma per scaldare i cuori nel nord industriale ci vuole altro.
Restano i laburisti di Jeremy Corbyn. Di fatto un partito marxista, che non fa mistero dei suoi propositi: nazionalizzazioni e tasse, tasse e nazionalizzazioni. Non sorprendentemente, il mondo degli affari e dell’industria lo detesta; e voterà compatto per i conservatori pur di tenerlo alla larga da Downing Street. Il Regno Unito sotto Corbyn sarebbe una fotografia in bianco a nero, come quello degli anni Settanta, riproposto nella terza serie di «The Crown» (Netflix). Chi l’ha intravisto ai tempi, se lo ricorda; e non lo augura neppure ai propri nemici. E i britannici, al di là di tutto, restano nostri amici.
È possibile che domani il tribuno Corbyn si ritrovi al potere? No: ma potrebbe finirci più avanti, se i giovani inglesi votassero a sinistra, come un tempo; gli scozzesi non scegliessero in massa lo Scottish National Party, come sembra; e i conservatori, di conseguenza, non ottenessero la maggioranza in parlamento. In questo caso, i laburisti proverebbero a formare un governo di minoranza, insieme ai liberaldemocratici, con cui hanno poco da spartire. Quasi certamente dovrebbero indire un secondo referendum sulla Brexit. Inizierebbe così un altro periodo di grande incertezza: l’ultima cosa di cui il Regno Unito ha bisogno.
E se Boris Johnson vincesse nettamente? L’incertezza sarebbe d’altro genere, ma rimarrebbe. Londra uscirà dall’Unione Europea, come da programma, il prossimo 31 gennaio. E comincerà il periodo transitorio, durante il quale la Gran Bretagna dovrà sottostare alle regole europee. Quel periodo termina il 31 dicembre 2020. Nel frattempo si dovranno negoziare nuovi accordi con l’Unione Europea. Scambi, sicurezza, dati, servizi finanziari, commercio e dogane, agricoltura, pesca: la materie sono tante, la complessità immensa. Per negoziare gli accordi con Canada, Corea del Sud, Giappone e Singapore ci sono voluti da quattro e nove anni: ed erano ben più semplici. La tentazione, per un nuovo governo conservatore, potrebbe essere questa: fare del Regno Unito un paese ultraliberista e deregolato; e così attrarre investimenti e talenti. È il sogno (interessato) di Donald Trump. Ed è un tema di cui si parla da anni: fa parte della cultura del partito fin dai tempi di Margaret Thatcher, che però — donna pragmatica — teneva a bada l’euforia dei suoi giovanissimi ideologi, appena usciti da Oxford. Domani quel gruppo — Boris Johnson, Michael Gove, Jacob Rees-Mogg — potrebbe ritrovarsi al potere, ed essere tentato di trasformare la Gran Bretagna in una nave corsara al largo dell’Europa.
Sarebbe un errore grave. Non sono più i tempi del pirata Sir Francis Drake: la fortezza europea è robusta e i difensori dispongono di cannoni potenti. Ci ripugna l’ìdea di sparare — metaforicamente — sui nostri amici inglesi. Ma, se ci costringono, ci toccherà farlo.

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