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Feb 19

L’Europa si deve preparare a diventare multietnica

Fonte: Corriere della Sera

di Antonio Armellini

La popolazione africana è in forte crescita e cercare di alzare muri non ci servirà. Ma investimenti e creazione massiccia di posti di lavoro richiedono tempo

L’immagine dell’Africa come una bomba a orologeria ha una forte presa; dinanzi allo spettro dello scontro epocale con una massa di migranti capace di stravolgere i caratteri essenziali della civiltà europea, la risposta è spesso quella di alzare muri. Al di là del vantaggio politico di corto respiro di simili argomenti, c’è da chiedersi se la soluzione possa davvero essere solo quella dell’esclusione e di guerre di interdizione dall’utilità inversamente proporzionale al costo.
Non che il problema non sia serio. La popolazione africana raddoppierà da qui al 2050, oltre quattrocento milioni entreranno in età lavorativa nei prossimi dieci anni e ci saranno posti per meno di un terzo (ha calcolato Domenico Siniscalco); per gli altri la via continuerà ad essere quella della fuga. Per contrastare il calo demografico che mette in pericolo il mantenimento dei livelli di crescita e il benessere dei Paesi europei, sarà indispensabile ricorrere all’apporto di immigrati in numeri che, solo per l’Italia, dovranno essere di centinaia di migliaia all’anno. Ad alto livello di specializzazione, che tutti dichiarano di volere, ma anche non qualificati, da cui già dipende la sopravvivenza di molti settori produttivi a partire all’agricoltura. Facendo emergere questi ultimi sarà fra l’altro possibile mettere fine allo scandalo di vederli abbandonati nelle mani delle mafie e trattati come schiavi perché «invisibili», quando sono davanti agli occhi di tutti. Le cifre di riferimento potranno variare, ma il problema è quello di una gestione intelligente di entrambi i flussi che, per quanto paradossale possa sembrare, sarà l’unico modo per proteggere la nostra way of life.
L’Europa multietnica non è una realtà limitata agli ex colonizzatori, ma riguarda tutti i paesi europei ed è la conseguenza del ribaltamento di rapporti storici di dipendenza economica e culturale, resa più difficile dalla crisi dei modelli di integrazione tentati sin qui. Quello centralizzatore della Francia, che cerca di fare di Vercingetorige parte della storia senegalese, ha prodotto l’inferno delle banlieues. Quello della convivenza separata del Regno Unito, in cui altrettante «tribù» autonome convivono accanto alla «tribù» britannica nel rispetto della Corona, non regge al di fuori del vecchio recinto del Commonwealth. Quello scandinavo mostra crepe profonde nel solidarismo egualitario cui si ispira. Quando i numeri erano scarsi, gli immigrati ricordavano a molti italiani i loro fratelli che avevano a loro volta dovuto emigrare e l’approccio era quello della carità cristiana; poi l’Italia è cresciuta, da Paese di emigranti è diventata a sua volta Paese di immigrazione; ci siamo scoperti più impreparati degli ex colonizzatori ad affrontare un problema di cui ignoravamo tutto e il passaggio dalla solidarietà all’intolleranza è stato rapido.
Tutto questo dimostra che l’integrazione ha dei limiti inevitabili e che è indispensabile combinarla con investimenti per la creazione massiccia di nuovi posti di lavoro. La conclusione dell’accordo dell’Unione Africana per una zona di libero scambio panafricana (Acfta) apre prospettive sin qui inimmaginabili (come ha spiegato Danilo Taino sul Corriere); è solo un primo passo e resta da vedere se funzionerà davvero, ma per la prima volta si potrà parlare di un mercato integrato, ponendo fine alle storture per cui, ad esempio, per volare da un Paese all’altro è spesso necessario passare dalla vecchia capitale coloniale europea. Favorire questo processo è interesse comune: l’Europa ha cominciato a muoversi e anche l’Italia è presente; è necessario fare molto di più, anche per dare un argine alla presenza cinese che è sempre più arrembante e si va caricando di toni neocoloniali.
«Aiutiamoli a casa loro» dunque? È bene capirsi. Parlare di «Piano Marshall per l’Africa» non ha senso: allora si trattava di rimettere in piedi economie avanzate distrutte alla guerra, qui si tratta di creare una capacità economica dove non c’era. È una trasformazione che richiederà ai Paesi Ue una revisione in profondità e una presa di coscienza non indolore: bisognerà spiegare, ad esempio, agli agricoltori francesi che la protezione della politica agricola comune non sarà più compatibile negli stessi termini, e rendere chiaro alle imprese europee che con lo sviluppo della loro capacità manifatturiera, quelle africane passeranno da subfornitrici a competitor, sia pure in un mercato più ampio Non si tratterà di aggiustamenti al margine e la retorica fa spesso velo alla realtà.
Promuovere in Africa una crescita capace di invertire il ciclo di una emigrazione strutturale richiederà anni, se non decenni. Nel frattempo, gli immigrati continueranno ad arrivare e – a parte gli specchietti per le allodole di respingimenti di massa o simili – la gestione del problema non potrà essere affrontata solo a livello nazionale. Si tratta di un’eredità storica dell’Europa ed è alla Ue che tocca farvi fronte: coinvolgerà in tempi e modi diversi tutti i suoi membri e sarebbe saggio pensarci insieme per tempo.

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