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Mar 29

Le parole smarrite sul lavoro che non c’è

Fonte: Corriere della Sera

di Gian Antonio Stella

Difficile muoversi, per i nostri ragazzi, in un panorama così poco incoraggiante. Difficile crescere, trovare spazio, sognare, progettare, spalancare porte…

«Ooops, ho detto qualcosa che non va?». Sono anni che gli esponenti del governo, a ogni battuta dal sen fuggita sui giovani, si mordono la lingua come Virna Lisi in un vecchio Carosello. Giuliano Poletti, spiegando che per lui i rapporti personali sono determinanti e «si creano più opportunità a giocare a calcetto che a mandare in giro i curriculum» («Il famoso calcetto nel c…», ridono subito i blogger) è solo l’ultimo.
Lui stesso l’aveva già sparata grossa sbuffando contro gli allarmi sulla fuga dei cervelli: «Se centomila giovani se ne sono andati dall’Italia, non è che qui sono rimasti 60 milioni di “pistola”… C’è gente che è andata via e va bene così, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi». E prima di lui erano riusciti a tirarsi addosso ire e ironie di tanti ragazzi in difficoltà il viceministro Michel Martone («Se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato»), la ministra Annamaria Cancellieri («Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà»), il premier Mario Monti («Devono abituarsi al fatto che non avranno un posto fisso per tutta la vita: che monotonia, il posto fisso!»), la ministra Elsa Fornero: «I giovani quando escono da scuola devono trovare un’occupazione. Devono anche essere non troppo choosy, come dicono gli inglesi». Cioè? Non troppo schizzinosi sul tipo di impiego. Letale la risposta del web e di Nichi Vendola: «Vorremmo essere noi schizzinosi sui ministri».
Prima ancora, aveva fatto lo spiritoso Silvio Berlusconi invitando una ragazza in ansia per il futuro a risolverla con un velo all’altare: «Da padre le consiglio di cercare di sposare il figlio di Berlusconi o qualcun altro del genere». Per non dire di Tommaso Padoa-Schioppa che elogiò una legge per «mandare quelli che io chiamo i bamboccioni fuori di casa. Un’incentivazione a farli uscire visto che restano a casa fino a età inverosimili, non diventano autonomi, non si sposano mai». E le difficoltà a fare un mutuo? Boh…Ognuno, per carità, si è sempre precipitato a spiegare d’essere stato male interpretato. Quelle battute, però, sono state vissute spesso come sale sulle ferite: ma come, avete costruito un Paese per vecchi e fare pure gli spazientiti? Scontate le reazioni opposte: ma se facciamo di tutto, per i giovani!
Non è così. Spiegavano dieci anni fa Tito Boeri e Vincenzo Galasso nel libro Contro i giovani, che ogni ragazzo aveva «80.000 euro di debito pubblico e 250.000 di debito pensionistico» e pagava il 45% odei propri soldi per pagare la pensione di chi a suo tempo aveva versato il 30% e che gli ordini professionali si tenevano stretto il diritto di «controllare e regolare l’entrata dei nuovi colleghi e potenziali concorrenti» e che la disoccupazione giovanile era al 20,4%.
Oggi quest’ultima è al 39%, gli Ordini sono chiusi come prima, le pensioni future si annunciano ancor più magre e in termini reali, spiega Bankitalia nel Bollettino Statistico, «la ricchezza media delle famiglie con capofamiglia tra i 18 e i 34 anni è meno della metà di quella registrata nel 1995, mentre quella delle famiglie con capofamiglia con almeno 65 anni è aumentata di circa il 60%». Tanto che, come accusa la Caritas su dati Istat, «degli oltre 4,5 milioni di poveri totali, il 46,6% risulta under 34. In termini assoluti si tratta di 2 milioni 144 mila individui, dei quali un milione 131 mila minori». E questa povertà di bambini e adolescenti peserà maledettamente, denuncia Save the Children, sulla crescita culturale di domani. Avanti così, il riscatto sarà sempre più duro.
C’è poco da fare gli sportivi sui ragazzi che se ne vanno: 107 mila espatriati nel 2015. Di cui moltissimi laureati con costi altissimi per lo Stato e spinti ad andarsene da numeri implacabili. Come la spesa per l’istruzione in rapporto al Pil (ne parla l’ultimo annuario Observa del Mulino curato da Barbara Saracino) che ci vede trentottesimi tra i Paesi Ocse col 4%: metà del Costa Rica. O la presenza di docenti universitari under 40: 15,3%, in coda a tutti (la Germania sta al 55,2%) salvo la Grecia. O ancora la tabella dei ricercatori ogni 1000 occupati, che ci vede solo al 36° posto con 4,9: appena più della metà della media Ocse nonostante i nostri giovani, piazzandosi quasi trenta posizioni più su nella hit-parade dei progetti finanziati dall’European Research Council dimostrino platealmente che varrebbe la pena di investire davvero su di loro. In particolare sulle donne, che nel ranking delle docenti universitarie elaborato da Eurostat sono umiliate in Italia delle posizioni di coda, davanti solo alla Grecia e a Malta. Diciotto punti sotto la Lituania o la Lettonia.
Difficile muoversi, per i nostri ragazzi, in un panorama così poco incoraggiante. Difficile crescere, trovare spazio, sognare, progettare, spalancare porte… Tanto più se spesso hanno l’impressione che la politica non si curi poi tanto di loro. E ceda piuttosto alla tentazione di chiamarsi fuori, senza l’autoironia del grande artista, con una battuta attribuita a Salvador Dalì: «La cosa più insopportabile dei giovani è di non farne più parte».

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