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Giu 01

Le città al voto e il rischio delle urne deserte

Fonte: Corriere della Sera

comunali

di Aldo Cazzullo

Nessuna nostalgia della Repubblica dei partiti che sarebbe venuta dopo il 1946, oggi rimpianta solo dai politici di professione, ma quello spirito pubblico un po’ ci manca

Le elezioni amministrative del 5 e 19 giugno rischiano di essere le meno partecipate della storia; proprio nei giorni in cui la democrazia italiana festeggia il suo anniversario. Settant’anni fa, in queste stesse ore, i nostri nonni – e le nostre nonne – si preparavano a fare una cosa che non avevano mai fatto e forse neppure pensato: votare, concorrere a decidere il proprio destino, rivendicare la propria parte nella comunità nazionale. Oggi il rito che in un Paese da ricostruire apparve insieme gioioso e solenne è diventato grigio come il nostro umore. Eppure tutte le grandi città sono chiamate a eleggere il loro sindaco, l’unica figura che sino a poco fa aveva resistito al declino delle istituzioni e al degrado della rappresentanza.

Oggi i sindaci si dimettono, vengono arrestati, perdono credibilità, urlano insulti; e anche chi lavora seriamente non ha più un euro da spendere, una promessa da offrire. In realtà, i motivi di interesse ci sono. E non soltanto perché le amministrative rappresentano l’ultimo appuntamento elettorale prima del referendum di ottobre. La capitale d’Italia potrebbe essere governata da una giovane esponente del Movimento 5 Stelle: una notizia che sarebbe l’apertura dei siti di tutto il mondo. Milano, al di là del fairplay tra i candidati – un segno prezioso in quanto raro, che fa della metropoli un’isola nel mare in tempesta della delegittimazione reciproca -, è chiamata a scegliere tra due maggioranze e due idee di città molto diverse.

E se Napoli, all’evidenza soddisfatta di se stessa, potrebbe non riservare sorprese, è interessante la sfida di Torino: un sistema che da oltre vent’anni si regge sull’alleanza tra quel che resta del Pci e quel che resta della Fiat, ora messo in discussione da una trentenne figlia della borghesia cittadina ma vista con simpatia da una parte del voto operaio. Mentre a Bologna il sindaco pd firma il referendum della Cgil contro il Jobs act, la riforma più qualificante del governo pd.

Se neppure questo risveglia l’opinione pubblica, è evidente che ci sono altre ragioni. Non bastano né i generici inviti alla partecipazione, né la giusta denuncia della corruzione e dei privilegi che allontanano i cittadini dalla politica. Intendiamoci: è incredibile come i politici italiani rifiutino semplici gesti che contribuirebbero a ridurre questa distanza. Un Paese che in pochi anni ha perso il 25% di produzione industriale e un milione di posti di lavoro, con 5 milioni di poveri e il record europeo di rassegnati che vivono di assistenza statale o welfare familiare, non comprende come un parlamentare — o il consigliere di una municipalizzata — possa ricevere gli stipendi e i vitalizi pubblici più alti dell’Occidente, che spesso sono soltanto un acconto sul grosso degli introiti: la commistione tra politica e affari. Ma la questione non è tutta qui.

La vita pubblica è gracile e incattivita perché la nostra organizzazione sociale offre pochi spazi di confronto e di decisione. Quasi tutti sentono di non contare nulla, se non nello sfogatoio della rete, nella virtualità dei social. Il voto era il segno di un’appartenenza; oggi i partiti non hanno quasi più sezioni, iscritti, giornali, ideologie, forse neppure idee. Il voto era all’origine il modo con cui i contribuenti decidevano come spendere i denari delle loro tasse; oggi la crescente no tax area — spesso un paradiso fiscale in patria per evasori ed elusori — esclude partecipazione e responsabilità.

La rivoluzione tecnologica e la crisi dei sindacati e dei contratti collettivi hanno spezzettato il lavoro e isolato i lavoratori gli uni dagli altri. Anche provvedimenti inevitabili, come l’abolizione del servizio militare obbligatorio, fanno sì che un giovane diventi cittadino senza quasi mai incontrare lo Stato, senza sentirsi soggetto di diritti e di doveri (che fine ha fatto l’idea ricorrente del servizio civile?). La politica esprimeva passioni e distribuiva risorse; ora non fa più né una cosa né l’altra. La democrazia fatica a decidere, o lascia che le decisioni vengano prese altrove: dalle lobby, dalla burocrazia europea, dalla finanza internazionale.

L’Italia del 1946 non era l’Eden. Era appena uscita da una guerra civile. Mancava il cibo e c’erano 15 milioni di mine inesplose. Però c’era anche la sensazione che il futuro non dipendesse soltanto dal fato o dagli eserciti stranieri, ma soprattutto da quello che gli italiani sarebbero stati in grado di fare. Non abbiamo nessuna nostalgia della Repubblica dei partiti che sarebbe venuta, oggi rimpianta solo dai politici di professione; ma quello spirito pubblico un po’ ci manca. Ci fu un tempo in cui gli italiani erano pronti a farsi uccidere — e non è retorica, perché molti si fecero uccidere — per conquistare il diritto di costituire una comunità democratica, diventare padroni della propria sorte, sentirsi parte di qualcosa che andasse oltre se stessi. È una conquista che non possiamo gettare via così.

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