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Giu 25

La storia che ci lega all’Europa

Fonte: Corriere della Sera

di Sabino Cassese

È bene che l’Italia faccia sentire la sua opinione a Bruxelles. Ma è sbagliato assumere toni guerreschi

Sono molte le decisioni importanti, di breve periodo e di lungo periodo, che vanno prese a Bruxelles. Quelle che riguardano le migrazioni, dal pagamento promesso alla Turchia ai respingimenti, dal meccanismo di solidarietà alle rilocalizzazioni. Quelle riguardanti il bilancio europeo, la trasformazione del Meccanismo europeo di stabilità in un Fondo in grado di intervenire in situazioni di crisi dei debiti sovrani, il rispetto da parte italiana degli obblighi di bilancio assunti per la partecipazione all’eurozona. Quelle attinenti al completamento dell’Unione bancaria.
Su tutti questi temi è bene che l’Italia faccia sentire la sua opinione, ma è sbagliato assumere toni guerreschi, come se l’Unione fosse un nemico dal quale difendersi o da tenere sotto controllo. Fare proposte e tenere una linea dura può servire, ma non serve mettere l’Unione in stato di accusa. Si corre il pericolo di delegittimare l’Unione proprio nel momento in cui è utile restare uniti per essere ascoltati dall’Onu, dall’organizzazione dei rifugiati, dall’organizzazione internazionale per le migrazioni, perché il fenomeno migratorio riguarda tutti i continenti, è problema mondiale e non può essere affrontato dalla sola Unione Europea.
A questo si aggiunge che noi abbiamo bisogno dell’Unione Europea. Essa ha assicurato sessanta anni di pace dopo due guerre mondiali che hanno prodotto immense distruzioni e circa 60 milioni di morti, e può ancora evitare che rinascano i demoni delle divisioni che provocarono quelle distruzioni e quei morti. Ha consentito a piccole nazioni, come quella italiana, di avere un posto nel mondo, dove sarebbe rimasta inascoltata da potenze demograficamente, economicamente e militarmente tanto più grandi. Ha anche agevolato l’introduzione di leggi moderne, come quella ambientale, che non saremmo riusciti, da soli, ad adottare in breve tempo.
Il fatto che l’Europa conviene non vuol dire che dobbiamo accettare passivamente le decisioni europee. Dobbiamo far valere l’interesse nazionale, ma senza dimenticare che c’è un interesse comune più importante, che non va perduto di vista. Anche perché l’Unione è andata molto più avanti di quel che i suoi fondatori speravano e si trova ora a un tornante importante nel quale non deve mancare la capacità di diagnosi e di progettazione dei Paesi fondatori, come l’Italia.
Far la voce grossa a Bruxelles, con un occhio all’elettorato italiano, cercando di suscitare o di alimentare paure o di far rivivere orgogli nazionalisti è miope, specialmente se i crociati della guerra all’Europa chiedono a essa quella solidarietà verso l’Italia che essi stessi, su territorio italiano, hanno negato alle regioni del Sud, promuovendo e sostenendo i due referendum, quello lombardo e quello veneto, con i quali chiedevano di assegnare a quelle regioni quello che esse hanno dato, così pareggiando i conti.
Negoziamo, dunque, proponendo, piuttosto che alzando la voce e promuovendo sfiducia, e ricordando che è nell’interesse nazionale che l’Unione progredisca, divenga «sempre più unita», come è scritto all’inizio del Trattato sull’Unione Europea.

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