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Nov 07

La stagione dei veleni

Fonte: Corriere della Sera

di Sergio Romano

Va evitato che altri riempiano il vuoto lasciato dal declino della leadership Usa

Barack Obama ha prolungato di qualche anno la durata di una leadership declinante. Non è amato da un grande numero dei suoi connazionali e si lascia alle spalle una eredità ineguale, fatta di mezze vittorie, iniziative generose e discutibili successi. Ma ha trasmesso al mondo l’immagine di un uomo che non ha collusioni imbarazzanti e sbaglia, come gli è accaduto frequentemente, in buona fede.
L’immagine del potere nei prossimi anni, chiunque vinca, sarà alquanto diversa. Donald Trump è un palazzinaro libertino e volgare, un evasore fiscale che esibisce sfacciatamente i suoi vizi e parla ai peggiori istinti della società americana. Hillary Clinton conosce il mestiere della politica e ha alcune innegabili doti professionali. Ma ha anche segreti che custodisce morbosamente, è molto legata agli ambienti di Wall Street e ha un tesoretto elettorale probabilmente alimentato da persone e gruppi che non esiteranno a reclamare i frutti del loro investimento. Non è rassicurante, per gli americani e per i loro alleati, che un ex-segretario di Stato parli di politica estera a porte chiuse di fronte a una accolta di banchieri e venga compensato con più di duecentomila dollari. Quale può essere il corrispettivo di tali somme se non la implicita promessa di favori futuri?
Trump e Clinton sono molto diversi, ma appartengono entrambi a una democrazia fondata sul denaro. Esiste una legge degli Stati Uniti che prevede un finanziamento pubblico per i candidati alla Casa Bianca, ma obbliga il beneficiario a non accettare fondi privati al di sopra di una certa soglia; ed è per questa ragione poco utilizzata. Vi era anche una norma che limitava l’ammontare dei finanziamenti privati, ma è stata cassata dalla Corte Suprema nel 2010: una manna per le lobby e per i candidati che sono pronti a scambiare la propria rispettabilità contro i mezzi finanziari necessari al successo elettorale. Non è sorprendente. Da qualche anno il costo delle campagne elettorali cresce vertiginosamente: 5 miliardi di dollari nel 2008, 6 miliardi nel 2012, una somma forse superiore nel 2016.
Vi è un altro aspetto di queste elezioni che non dobbiamo trascurare. Il giorno dopo, gli Stati Uniti continueranno a essere un Paese dilaniato dallo scontro velenoso di due candidati che si sono battuti sino all’ultimo insulto e potrebbero azzuffarsi d’ora in poi anche nelle aule dei tribunali. Ciascuno dei due, vincitore o sconfitto, lascerà sul terreno un «partito dell’odio», pronto a riprendere la battaglia non appena ne avrà l’occasione.
Questa situazione non può lasciare l’Europa indifferente. Non è stato facile convivere, negli ultimi quindici anni, con un Paese che ha destabilizzato l’intero Medio Oriente e ha contribuito con le sue leggi alla nascita di una finanza cinica e sregolata. E non sarà facile convivere d’ora in poi con un Paese avvelenato da sospetti e risentimenti. Dobbiamo prepararci ad affrontare circostanze in cui non sarà né possibile né saggio fare affidamento sugli Stati Uniti. E dobbiamo evitare che il vuoto lasciato dal declino della loro leadership venga riempito dalle ambizioni e dall’avventurismo di altre potenze. La risposta a questo problema può essere data soltanto da una Europa unita e solidale. Mai ne abbiamo avuto altrettanto bisogno.

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