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Lug 17

La resa americana

Fonte: Corriere della Sera

di Franco Venturini

Dopo aver maltrattato gli alleati della Nato e consigliato alla britannica Theresa May di fare causa alla Ue, aver definito «nemica» l’Europa, il presidente Usa si è trasformato nell’arrendevole comprimario del leader russo, uscito vittorioso dal summit di Helsinki

Lo stesso Donald Trump che aveva maltrattato gli alleati della Nato, lo stesso Donald Trump che aveva consigliato alla britannica Theresa May di fare causa alla Ue, lo stesso Donald Trump che aveva definito «nemica» l’Europa, ieri si è trasformato nell’arrendevole comprimario di un Vladimir Putin uscito vittorioso dal summit di Helsinki. In verità il capo del Cremlino non aveva bisogno di strappare concessioni al collega statunitense: l’incontro tanto sospirato gli bastava, la Russia smetteva di essere una potenza regionale e si confermava davanti agli occhi del mondo (e delle televisioni russe) una superpotenza globale che parla con l’America in condizioni di parità. Una ambizione, questa, che Mosca inseguiva dal giorno della caduta dell’Urss. Ma Trump, nel dubbio che ciò potesse non bastare, ha voluto aggiungerci del suo.

Dialogo ottimo, estremamente produttivo. Silenzio sulla Crimea, e alla conferenza stampa finale per saperne qualcosa un giornalista americano ha dovuto interrogare Putin, con l’esito scontato. Se i rapporti russo-americani sono i peggiori di sempre ciò è dovuto alla stupidità delle precedenti amministrazioni Usa. Serve il coraggio della diplomazia, io Trump sono pronto a rischiare per la pace e per il bene del popolo americano. Interferenze russe nelle elezioni del 2016? È una caccia alle streghe, Putin lo ha escluso, io gli credo e ho invece dei dubbi sul Fbi, è ridicolo che America e Russia, che possiedono il 90 per cento degli armamenti nucleari, siano paralizzate da queste indagini che sono un vero disastro. E poi, al momento buono, un pallone dei campionati mondiali appena conclusi viene regalato da Putin a Trump (in cambio di ben altri doni): «Ora la palla è nel campo dell’America», doppio senso non degno di un ex Kgb, altri sorrisi, altri ringraziamenti, altre promesse di lavorare insieme e di incontrarsi di nuovo presto. Tutto ciò, intendiamoci, è una buona notizia. Se America e Russia si tendono la mano invece di ringhiarsi contro come fanno da più di un anno, se si concretizza una comune volontà a riprendere il cammino del disarmo atomico, se si pensa di affrontare le crisi regionali in uno spirito di collaborazione, si potrà certo dire che dopo Helsinki abbiamo soltanto dichiarazioni di intenzioni (come a Singapore con Kim Jong-un) ma nessuno potrà negare in buona fede che si tratti di una evoluzione positiva.

Alcuni interrogativi tuttavia si pongono. Perché Trump è tanto aggressivo con gli alleati e tanto cedevole con quello che egli stesso ha definito un avversario? E perché il presidente si contraddice con tanta disinvoltura, fino ad apparire talvolta caricaturale? Il summit di Helsinki ci aiuta a capire, laddove conferma che i Trump sono due. Uno, quello più studiato, parla alla sua base elettorale in America ed è già in campagna per la conferma nel 2020: questo Trump esige a gran voce di correggere lo scandalo delle spese per la difesa dell’Europa, maltratta la signora Merkel, spara a pallettoni contro la «soft Brexit» di Theresa May (un’altra donna), definisce nemica almeno nel commercio l’Europa, strepita insomma su tutti quei capitoli che appaiono in contrasto con la dottrina dell’America First. Salvo poi diventare l’altro Trump, fare marcia indietro, smentirsi, elogiare la Nato e la May, ma con poco rilievo mediatico e quando il messaggio vero è già stato recapitato a chi di dovere. Ebbene, la Russia e Putin sono perfetti per il primo Trump, e non c’è nemmeno bisogno che intervenga poi l’altro in seconda battuta. Lavorare per la pace, non lo vogliono tutti gli elettori? Se le cose vanno male, di chi è la colpa? Di Obama, dei democratici e dei media, perfetto. Le inchieste sulle interferenze di Mosca nelle elezioni del 2016 sono un complotto, Putin è credibile. E poi, collaborando con Mosca si possono risolvere tanti problemi, anche al di là dei patti di disarmo. Tra l’altro, se la Corea del Nord non fornirà il pezzo forte sperato per favorire la rielezione nel 2020, potrebbe pensarci la Russia.

La settimana di Trump in Europa ci è servita a conoscerlo meglio. Ma se alla Nato gli europei faticosamente arriveranno a spendere per la difesa il 2 per cento del loro Pil (non di più) tra il 2024 e il 2030, se Theresa May continuerà a battersi fino a quando le sarà concesso, se insomma le tracce del passaggio di Trump sono assai deboli in concreto (ma non per i suoi elettori) , cosa resterà del summit di Helsinki? Di sicuro il proseguimento degli sforzi di Putin, d’accordo con Netanyahu più che con Trump, per allontanare le milizie iraniane dai confini israeliano e giordano. E forse un tentativo di intesa sul trattato Inf che vieta i missili a media gittata in Europa, oltre a un negoziato russo-americano per prolungare di cinque anni il trattato «Nuovo Start» firmato nel 2010 da Obama e Medvedev e in scadenza nel 2021. In proposito ieri non ci sono stati annunci precisi, ma Trump e Putin si sono ripetutamente riferiti alla loro responsabilità di superpotenze nucleari. Oltretutto, il 2020 sarebbe davvero perfetto per annunciare l’accordo agli elettori americani.

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