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Feb 14

La parola stage è malata: curiamola

Fonte: Corriere della Sera

economia

di Dario di Vico

Tocca alla Società degli Adulti prendere coscienza delle proprie responsabilità senza sottovalutare la forza del fattore umano

La notizia viene dalla Silicon Valley e da Glassdoor, un sito specializzato in ricerca del personale che va per la maggiore: nel distretto dorato dell’high tech ci sono stagisti che arrivano a ottenere paghe record tra gli 8 e i 6 mila euro. Si tratta di giovani che non hanno ancora terminato l’università e che vengono reclutati dalle compagnie del digitale senza badare a spese. La selezione per arrivare a conquistare una internship — traduzione di stage — è durissima e si basa sia sulla reputazione universitaria sia su una lunga trafila di interviste/colloqui/simulazioni.
La ratio di una così agguerrita competizione è quella di assicurarsi da subito i migliori talenti su cui investire proponendo loro, dopo lo stage, un vero ingaggio. È un capitalismo in cui conta tantissimo la finanza ma alla fine a fare la differenza sono le persone, il denaro in fondo è una commodity mentre il talento brilla come una specialty. È un fenomeno che riguarda, per ora, esclusivamente la valle del digitale perché nelle banche d’affari a New York come a Londra le paghe mensili sono molto più basse. Lette da casa nostra le cronache californiane ovviamente fanno strabuzzare gli occhi: in Italia stage è una parola malata.
Al punto che oggi evoca altre parole come precariato e sfruttamento. Per carità, esistono anche nella penisola degli esempi virtuosi e atenei che curano già dal tirocinio il piazzamento virtuoso dei propri studenti ma la stragrande maggioranza degli stagisti italiani è un esercito che coltiva poche speranze, quando addirittura non è costretto a battere in ritirata. Tocca alla Società degli Adulti prendere coscienza delle proprie responsabilità e combattere la singolare malattia che ci porta a sottovalutare la forza del fattore umano. Eppure noi italiani, che di capitale finanziario ne abbiamo proprio poco, dovremmo essere i primi a investire sulle persone.

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