La libertà d’opinione che va (sempre) difesa

Fonte: Corriere della Sera

di Alberto Migardi

Criminalizzare le credenze e i convincimenti altrui non induce a un ravvedimento da parte dei propri avversari


Mentre gruppi estremisti cavalcano gli argomenti novax, con manifestazioni che tracimano nella violenza, si direbbe che non è questo il momento di difendere la libertà d’opinione. Negli ultimi tempi, stiamo sviluppando un’abitudine pericolosa. Innanzi a pensieri che non ci piacciono e non condividiamo, auspichiamo che non possano nemmeno venir espressi. L’invocazione alla censura non arriva come ultima istanza, ma come prima opzione. Accade a sinistra ma anche a destra. Un ministro che mette in guardia dai costi che si accompagneranno ai benefici della «transizione ecologica» diventa un «sabotatore» nella guerra santa contro i cambiamenti climatici. Di un docente che esprime un discutibilissimo pensiero sull’uso politico delle foibe si sostiene che non abbia i requisiti per fare il rettore. Quando un professionista prende, fuori dal suo campo specifico, una posizione politica urticante, si chiede venga radiato dall’albo. Se un docente si fa scappare un tweet di troppo, si interpella il suo ateneo.
Questo costante tentativo di criminalizzare, nel senso letterale di trattare come criminali, credenze e convincimenti altrui raramente induce a un qualche ravvedimento da parte dei «nuovi mostri», né erode il consenso di questo o quell’opinion maker. Il principio cardine di quella che Karl Popper chiamava la teoria cospirativa della società è che «qualunque cosa avvenga nella società è il risultato di diretti interventi di alcuni individui e gruppi potenti». I complottisti sono convinti di avere colto, loro soli, la trama di una cospirazione invisibile. L’ostilità delle istituzioni la vivono come una conferma: vogliono costringermi al silenzio, dunque ho ragione.
Dopo le violenze di Roma, l’idea di mettere fuorilegge «Forza nuova» sembra acquisire peso. In qualche modo, essa postula un nesso lineare e indiscutibile fra certe posizioni politiche e il ricorso alla violenza, per cui per evitare la seconda bisognerebbe neutralizzare le prime. È appena il caso di notare che siccome coi partiti non si possono eliminare anche le persone, quando se ne liquida uno poi è probabile che ne nasca un altro, diverso nel nome ma coi medesimi riferimenti.
La giustificazione di queste posizioni sempre più diffuse è che una società aperta non sia adatta a fare tutta una serie di cose, fra cui preservare se stessa, e pertanto vadano presi a prestito strumenti (come la censura) che appartengono ad altri modelli sociali. In realtà questo è un modo sbagliato di porre la questione. La società aperta non è necessariamente incapace di perseguire certi obiettivi, semplicemente rifiuta di utilizzare alcuni mezzi. Questo non significa che non si ponga il problema, per esempio, di rendere possibile la pacifica espressione del dissenso, isolando i violenti. Uno Stato di diritto non è privo di forze di polizia: quando un corteo deraglia nel vandalismo, sarebbe opportuno chiedersi cosa non ha funzionato, cosa i tutori dell’ordine non hanno fatto e dovevano invece fare.
In una società libera, è la violenza di per sé a rappresentare un problema. Chi rompe una vetrina o chi ferisce un altro essere umano deve essere fermato e condotto a giudizio perché lo ha fatto: indipendentemente dalle sue motivazioni. La giustizia se ne occuperà non perché è un fascista, ma perché è un delinquente e le sue azioni non sarebbero meno gravi se professasse tutt’altra ideologia.
Proprio chi ha opinioni molto forti dovrebbe ricordare che la battaglia delle idee si combatte con gli argomenti. Dovremmo provare a convincere i nostri avversari, per quanto lontani possiamo sentirli. È improbabile che si faranno persuadere da chi ne sogna l’esclusione dalla vita pubblica.

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