La disuguaglianza che cresce e il rischio di scontro sociale

ECONOMIA/SOCIETA’
di Stefano Lepri
Fonte: La Stampa
 
ROMA

Le disuguaglianze sociali fanno discutere, oggi nel mondo. Ma siamo sicuri che in Italia sia la stessa cosa che negli Stati Uniti, dove in questo momento c’è un dibattito intellettuale vivacissimo?

Ieri il Censis, in un sabato di «ponte», ha deciso di informarci che i patrimoni dei 10 italiani più ricchi – sommati, 75 miliardi di euro – equivalgono a quelli di 500.000 famiglie operaie.

Lo shock è garantito; specie se lo stesso documentato osservatorio aggiunge che negli ultimi dodici anni, tra ristagno prima e crisi poi, i redditi modesti sono calati più degli altri (famiglie di operai -17,9%) mentre i redditi alti sono un poco cresciuti (famiglie di dirigenti +1,5%).

Più che naturale che in tempi di crisi risaltino le disuguaglianze. Se chi ha i soldi fa pochi investimenti produttivi, e manca il lavoro, chi non li ha si pone qualche domanda. Il ripensamento parte addirittura dal Fondo monetario internazionale, fino a poco tempo fa considerato il tempio degli adoratori del mercato.

In successione, due studi del Fmi hanno ipotizzato: 1) che l’accresciuto squilibrio nella ripartizione delle ricchezze contribuisca all’instabilità finanziaria mondiale; 2) che la crescita economica sia più veloce nei Paesi dove le disuguaglianze sociali sono meno gravi.

La globalizzazione ha fatto emergere dalla povertà masse enormi in Paesi lontani, e lì lo sviluppo continua. Ma nel centro del sistema, gli Stati Uniti, ad arricchirsi sono stati in pochi: circa il 7% della popolazione. E’ più dell’1% contro cui gridava «Occupy Wall Street», resta una minoranza.

Non sorprende che oltreoceano si litighi tanto sul libro dell’economista francese Thomas Piketty (recensito da La Stampa il 15 gennaio). Piketty motiva con dati la sua idea che il funzionamento normale del capitalismo accresce le disuguaglianze di ricchezza, e forse lo farà ancor più in futuro: gli Stati Uniti gli servono da principale conferma.

Ma si tratta appunto delle conseguenze di un indisturbato sviluppo capitalistico. Negli Usa, i soldi si accumulano nelle casseforti delle imprese, nei patrimoni dei manager industriali, dei banchieri, dei finanzieri, nei monopoli creati dalle tecnologie (tipo Windows, Facebook, Google, Twitter). Non è così in Italia, dove l’economia langue.

Secondo i dati raccolti dalla Banca d’Italia, da noi le disuguaglianze di patrimonio tra le famiglie hanno raggiunto un record nel 2012. Eppure l’andamento nell’ultimo ventennio appare oscillante, legato soprattutto ai prezzi immobiliari; il 10% più ricco detiene ben il 47% dei patrimoni, cifra raggiunta anche nel 2000.

I profitti delle nostre aziende industriali nell’insieme non sono alti; né vediamo casi di ricchezze nate da innovazioni. Com’è allora che la disuguaglianza è tanto sentita? Forse perché ne abbiamo visto una scimmiottatura parassitaria. Un clima sociale e culturale in cui pareva lecito allargare le distanze è stato sfruttato da chi aveva potere di farlo, nella nostra economia malsana di rendite e di evasioni intrecciate alla politica; ne sono simbolo gli «stipendi d’oro» di alti burocrati o di manager poco avvezzi a misurarsi con il mercato.

Visto dal basso, il risultato pare simile: l’ascesa sociale è più che ardua, il futuro dei giovani dipende dalle risorse della famiglia. In realtà il nostro sistema è più inefficiente anche nella selezione. Negli Stati Uniti, per frequentare una buona università occorrono da 35 a 50.000 dollari l’anno, però poi quel titolo serve, e tra i ricchi vanno avanti i più capaci; tra la gente l’abilità nel far soldi ancora attira rispetto. Qui, se non si riaprono speranze per chi merita, si rischia una rabbia distruttiva contro chiunque appaia stare «in alto».

 

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