La cultura politica italiana: quelle parole troppo faziose

Fonte: Corriere della Sera

di Angelo Panebianco

Distorcere il senso dei termini è un vizio ricorrente. Ci sono tante persone in grado di stigmatizzare l’uso fraudolento del linguaggio, ma sono spesso scoraggiate


Che cosa c’è nella cultura politica italiana che spinge tanti protagonisti della vita pubblica a distorcere continuamente il senso delle parole, a usare lo stesso termine per indicare cose diversissime, spesso anche assai lontane dal significato originario? In queste settimane si è letto che Conte va a caccia degli elettori di centro e che il Pd sarebbe preoccupato di questo nuovo posizionamento dei 5Stelle. Di tanto in tanto arriva qualcuno che colloca i Fratelli Musulmani nell’area dell’Islam moderato. Oppure qualcun altro che chiama ultras liberisti quegli economisti che, semplicemente, sostengono l’evidenza, ossia che il mercato sia normalmente in grado di generare più crescita dello Stato. Per non parlare di quelli che accusano il governo Draghi di essere «liberista». Pragmatico, intelligente, competente , certamente. Ma il liberismo che c’entra? È un altro esempio di un uso troppo disinvolto delle parole.
Non si tratta di una malattia recente. Alla metà degli anni Novanta, quando, sotto la spinta di Umberto Bossi, nella politica italiana impazzava la moda «federalista», venne organizzato a Roma dalla associazione dei prefetti un convegno sul federalismo. Non si sentirono, come ci si sarebbe potuto aspettare, vigorose contestazioni del progetto federale. Eppure si trattava dell’istituzione anti-federalista per eccellenza quella che incarna il centralismo statale. Tale istituzione doveva diventare, secondo i promotori del convegno, una colonna di quella riorganizzazione in senso federale dello Stato che si supponeva in arrivo: il «prefetto federalista», un ossimoro vivente.
Era in quello stesso periodo che fior di (ex?) comunisti , in cerca di nuove coperture ideologiche, si scoprivano «liberali». Gente che si era formata sui testi di Marx, Engels, Lenin, Gramsci e che aveva sempre considerato il liberalismo l’ideologia dei capitalisti, dalla sera alla mattina aveva cambiato look con tanto di baffi posticci «liberali». Ma che quei baffi fossero posticci era evidente per chiunque ne sapesse qualcosa. Quella operazione trasformistica era d’altra parte uguale e simmetrica a quella che veniva condotta nel polo opposto dello schieramento politico, a destra: anche lì c’erano quelli che si definivano «liberali» (il termine più di moda all’epoca) anche se erano statalisti non pentiti e campioni del corporativismo sociale ed economico.

Plus ça change, plus c’est la même chose (più le cose cambiano più restano identiche).
Come spiegare questo uso scriteriato delle parole? Ignoranza? In alcuni casi certamente. È difficile che chi abbia una qualche conoscenza di ciò a cui si riferiscono certi termini possa distorcerne l’uso così grossolanamente senza arrossire. Lo può fare soprattutto chi non ha la più pallida idea di ciò che sta dicendo e che quindi sia inconsapevole del ridicolo a cui si espone di fronte a chi ne sa qualcosa. Ma l’ignoranza non spiega tutto. C’è qualcosa d’altro, qualcosa di più profondo. Forse è l’identificazione della verità con l’utilità: è vero solo ciò che è utile alla mia fazione. Se fa comodo (o io penso che faccia comodo) alla mia parte posso benissimo, con sprezzo del ridicolo, definire «centristi» quelli che non mollano sulla prescrizione, posso dichiarare colonne del federalismo i prefetti, dare del liberale a un post-comunista o a un post-fascista. E cosi via. Si tratta, in fondo, della stessa sindrome — è vero solo ciò che è utile — in virtù della quale posso accorgermi delle gogne mediatiche quando è sotto tiro qualcuno dei miei, mentre se è sotto tiro un avversario allora apprezzo l’ineccepibile funzionamento dello Stato di diritto e della «giustizia che deve fare il suo corso».

Ma, si dirà, è normale che lo spirito di fazione si manifesti in questi modi. È la politica, bellezza. In ogni tempo e luogo. Vero, ma fino a un certo punto. È una questione di gradi. Le fazioni fanno ovunque il loro mestiere e sono quindi sempre pronte a sferrare, se e quando possono farlo impunemente, colpi bassi alla fazione avversaria. Del loro mestiere fa anche parte la manipolazione del linguaggio per fini partigiani. Ma il punto è se c’è qualche argine oppure no, se ci sono limiti che la fazione sa di potere superare solo a proprio rischio e pericolo oppure se argini e limiti non sono presenti o evidenti. Le democrazie meglio funzionanti sono quelle che tengono a bada più di altre lo spirito di fazione. Come fanno? Come ci riescono? Ci riescono grazie al fatto che esiste una ristretta fascia di pubblico attento (una minoranza ma una minoranza informata sugli affari pubblici) che osserva le fazioni, le giudica, le sanziona moralmente quando esagerano, quando eccedono in trucchi e in imbrogli.
Può essere che nell’epoca dei social quella minoranza stia perdendo terreno ovunque. Questo contribuirebbe a spiegare oggi le difficoltà di funzionamento di diverse democrazie. Però è un fatto che anche in epoca pre-social in Italia quella minoranza o non c’era o era troppo sottile per avere voce in capitolo. Più che una minoranza in grado di moderare le fazioni c’erano (e ci sono) varie minoranze legate mani e piedi alle diverse fazioni e che ne riproducevano (ne riproducono) vizi e difetti.
In realtà, anche in Italia ci sono tante persone con la cultura, l’intelligenza critica e la capacità potenziale di fare le bucce ai faziosi e di stigmatizzarne l’uso fraudolento del linguaggio. In genere, però, queste persone sono troppo scoraggiate, non credono che il loro parere e il loro giudizio possano contare qualcosa. Se molti di loro un giorno cambiassero idea, forse, improvvisamente , si ridurrebbe la quantità circolante di parole in libertà. Di «aria fritta», come un tempo si diceva.

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