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Dic 10

La corsa di Johnson e lo spettro dell’instabilità

Fonte: Corriere della Sera

di Luigi Ippolito

Giovedì si vota per quelle che sono state definite le elezioni più importanti per le generazioni nate dopo la Seconda guerra mondiale


La posta in gioco non è mai stata così alta. Giovedì la Gran Bretagna vota in quelle che sono state definite le elezioni più importanti per le generazioni nate dopo la Seconda guerra mondiale: si decide la collocazione del Paese rispetto all’Europa, ma anche il suo complessivo assetto economico-sociale e il suo futuro politico.
Gli esiti possibili sono soltanto due: una vittoria del primo ministro Boris Johnson, che può ottenere unicamente assicurandosi la maggioranza assoluta, oppure uno «hung Parliament», un «Parlamento appeso», in cui nessun partito raggiunge la maggioranza dei seggi. Tutti i sondaggi indicano che si va verso il primo scenario: ma negli ultimi giorni i laburisti stanno guadagnando posizioni e non si può escludere che riescano a sgambettare Boris sul filo di lana.
Tuttavia l’orientamento dei mercati è chiaro: negli ultimi giorni le quotazioni della sterlina hanno continuato a salire, raggiungendo livelli mai visti da parecchi mesi. E il motivo è che gli operatori finanziari scommettono sulla vittoria di Johnson: che garantirebbe stabilità e governabilità alla Gran Bretagna, ma soprattutto un processo ordinato di uscita dall’Unione europea, sulla base dell’accordo raggiunto lo scorso ottobre con Bruxelles.
Boris ha costruito il suo vantaggio nell’opinione pubblica grazie a uno slogan ripetuto fino all’estenuazione, «Get Brexit done», portiamo a termine la Brexit. Un messaggio che è passato: perché il Paese è ormai stanco e spossato, vuole voltare pagina e mettere fine a questa saga che si trascina da più di tre anni.
Al contrario, una sconfitta di Johnson spalancherebbe uno scenario di estrema volatilità e incertezza: e già si può immaginare venerdì mattina, in questo caso, una pesante flessione dei mercati azionari e valutari. Perché si aprirebbe la strada a un governo di minoranza dei laburisti, i quali non hanno nessuna intenzione di stringere una coalizione con i partiti minori ma invece intendono cercare di volta in volta i voti in Parlamento per sostenersi.
Ma soprattutto questo governo di minoranza proverebbe a riaprire le trattative con Bruxelles per quindi andare a un secondo referendum sulla Brexit e poi, magari, a nuove elezioni. Un processo tortuoso che richiederebbe almeno un anno, durante il quale la Gran Bretagna si ritroverebbe in una condizione di instabilità totale. Per non parlare dei rischi connessi a un nuovo voto sulla Brexit: in un Paese ancora spaccato a metà sulla questione, la tenuta della società civile e dello stesso ordine pubblico sarebbero in forse.
Per questo la business community, magari turandosi il naso, spera in Boris Johnson. E anche all’Europa, probabilmente, questo esito andrebbe meglio degli altri: già a ottobre il premier britannico, quando aveva concluso l’accordo, era stato accolto a Bruxelles quasi come un eroe. La nuova Commissione di Ursula von der Leyen ha altre priorità su cui concentrarsi e nessuna voglia di restare invischiata in un gioco dell’oca in cui si torna sempre alla casella di partenza.
Boris forever, dunque? Occorre cautela, ovviamente. Il personaggio ha tanti difetti, appare a volte come un istrione inaffidabile: ma non è quel Trump inglese che spesso viene raffigurato all’estero. Dall’inquilino della Casa Bianca lo distanzia il background personale (Johnson è pur sempre uno uscito da Oxford che infarcisce il suo eloquio forbito con citazioni latine e greche), ma soprattutto il premier britannico, al fondo, è un internazionalista liberale che crede nella globalizzazione, nell’apertura dei mercati e pure nell’immigrazione (il contrario dell’isolazionismo protezionista di Trump).
Una sua vittoria sarebbe prima di tutto una garanzia di stabilità: per l’Unione europea, un interlocutore definito con cui negoziare la nuova relazione che si dovrà instaurare dopo la Brexit con la Gran Bretagna. Che potrà così trovare la sua collocazione ideale: con l’Europa, ma non dentro l’Europa.

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