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Lug 13

Il significato politico di una riforma fiscale

Fonte: Corriere della Sera

di Giulio Tremonti

Oggi ancora il nostro sistema deriva da quanto fu realizzato nel 1971-1973. Fu una scelta modernissima, ma da allora quasi tutto è cambiato


Caro direttore, dato che oggi e più o meno dappertutto si parla di «riforma fiscale», questo un tema sul quale confesso di avere una certa esperienza, mi permetto di notare quanto segue. Una «riforma fiscale» è cosa molto diversa da una «manovra fiscale«. La prima, a differenza della seconda, ha infatti una «cifra» che non è solo economica, ma anche e soprattutto politica anzi, se pure di fatto, costituzionale.
E anche per questo che le riforme fiscali hanno di solito un lungo tempo di gestazione. Il record è stato quello dell’imposta progressiva generale: proposta nel 1848 e contestata da Marx che non voleva tassare ma eliminare la ricchezza, fu applicata su vasta scala solo nel secolo successivo, nel 1942 e negli Usa, estendendo il campo delle ritenute di imposta alla fonte. Magari non un tempo così lungo, ma per fare una riforma fiscale un po’ di tempo serve sempre.
Di solito, al loro apparire, le riforme fiscali si presentano più o meno come utopie. E’ quanto ho verificato nel 1994 con il «Libro bianco per la riforma fiscale» e qui in specie con l’idea di fare ruotare l’asse dell’imposizione fiscale «dalle persone alle cose». Si prevedeva la crisi dell’imposizione personale progressiva e, per contro, la necessità di passare a forme più elementari di imposizione reale. Su quella riforma mi arrivò una lettera da Carlo M. Cipolla: «…Trovo ammirevole il piano stesso, così drastico, così rivoluzionario…». Solo oggi l’idea di passare «dalle persone alle cose» sta avanzando in Europa, a fronte della circolazione globale delle cose sulla rete.
Una riforma di tipo più convenzionale l’ho proposta ed è stata votata dal Parlamento il 7 aprile 2003: «Il nuovo sistema si basa su 5 imposte ordinate in un unico codice: imposta sul reddito, imposta sul reddito delle società, imposta sul valore aggiunto, imposta sui servizi, accisa». Partendo dall’Irpef, per cui si prevedevano due aliquote (al 23% ed al 33%), fu prima introdotta una «no tax area» e poi avviati i primi moduli di abbattimento delle vecchie aliquote Nel luglio del 2005 fui convinto a rassegnare le dimissioni.
Da anni, certo a partire dalla crisi globale del 2008, in tutta Europa le parole riforma fiscale sono venute scomparendo dal vocabolario politico. Solo negli Usa, nel 2016, è stata avviata una vera e grande riforma fiscale, questa la prima riforma disegnata all’interno dell’economia globale e per fronteggiarne gli effetti.
Oggi ancora il nostro sistema fiscale deriva, nel suo impianto di base, dalla riforma del 1971-1973. Allora una riforma modernissima, disegnata per portare l’Italia in Europa, partendo dall’introduzione dell’Iva.
Ma, da allora, quasi tutto è cambiato: in Italia, in Europa, nel mondo. In Italia sono venuti via via mutando il modello sociale e demografico (oggi abbiamo più anziani che giovani), il modello produttivo (con la progressiva diffusione delle partite Iva), il modello ambientale (l’ambiente non va più consumato, ma conservato), infine il modello statale (con il «federalismo»). Da fuori sono poi venute l’Europa di Maastricht, con i nuovi vincoli imposti ai bilanci pubblici, e poi la globalizzazione. Per conseguenza il nostro impianto fiscale, all’origine assolutamente lineare, è stato via via e parossisticamente alterato con manovre varie e continue e, tra l’altro, con l’affiancamento alla macchina fiscale della macchina sociale, a partire dall’Inps.
E’ così che si è persa l’originaria linearità del sistema. Un esempio per tutti: l’Irpef, pensata per essere «la regina delle imposte», è stata detronizzata da regimi forfettari speciali che svuotano l’idea di giustizia progressiva e perciò perfetta. Oggi, fuori dalla progressività, abbiamo infatti le rendite finanziarie, le plusvalenze, i rendimenti delle polizze assicurative e dei fondi pensione, i redditi immobiliari da affitto, tutti i redditi da lavoro autonomo ed impresa minore che restano sotto-soglia, e poi tantissime altre voci, fino all’ ultima trovata del favore per i milionari rimpatriati.
E’ in questi termini che oggi di nuovo e giustamente avanza l’idea di una riforma fiscale. Non l’ennesimo rattoppo di quel che c’è, ma davvero qualcosa di diverso. Prima di conoscere le nuove idee fiscali, formulerei comunque due suggerimenti: uno di merito, uno di metodo.
Nel merito, data la pluralità degli obiettivi annunciati, si dovrebbe evitare che la riforma finisca per essere insufficiente in forma paradossale: non insufficiente per difetto…ma per eccesso! E poi nel metodo: si potrebbe fare come a Filadelfia quando, nel 1787, ai costituenti fu fatto divieto di entrare in sala con la propria penna. Uno solo poteva e doveva scrivere, gli altri avevano il dovere di dimostrare di aver capito quanto avevano detto o votato.

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