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Nov 25

Il piano Juncker per crescita e occupazione

ECONOMIA

Fonte: La Stampa

La Stampa

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Un fondo da 21 miliardi per stimolarne 315 di investimenti (anche grazie ai privati). Ma le misure non convincono: i soldi erano già stanziati e non si affronta il rischio recessione

Ecco il piano Juncker, l’atteso pacchetto con cui l’Europa vuole dare un colpo d’acceleratore alla strategia anticiclica per la crescita e l’occupazione. Un nuovo fondo-veicolo da 21 miliardi di euro pilotata dalla Bei con cui si spera di stimolare 315 miliardi di investimenti. L’esecutivo comunitario lo ha approvato questo pomeriggio a Strasburgo e domani il lussemburghese che lo presiede lo presenterà al parlamento europeo.

Sarà interessante ascoltarlo, perché – a prima vista – il piano appare più debole del previsto. Per almeno tre motivi: non c’è un solo centesimo che non fosse già stanziato nella casse comunitarie o in quella della banca per gli Investimenti; non è prevista alcuna forma di flessibilità per gli stati che volessero mettere dei soldi nel meccanismo (dunque è difficile che lo facciano); è il chiaro segnale della mancanza di un vero spirito europeo capace di unire le capitali nella sfida contro il rischio recessione. Siamo di fronte a ingegneria finanziaria al posto di un’offensiva comune che possa fare davvero la forza e ridare fiducia, oltre che benessere, ai cittadini.

Lo schema delle misure previste nel piano 

IL CLIMA. Nel quartiere generale della Commissione i nervi sono tesi. Stavolta non si può fallire, non è possibile fare il bis del piano da 120 miliardi del 2012, presentato con tutte le fanfare e alla fine dimostratosi deludente. La stessa Garanzia per i giovani che doveva offrire una opportunità di formazione per i ragazzi disoccupati ha dato risultati inferiori alle attese. Mentre il continente rischia un terzo giro nell’inferno della crescita sotto zero, i leader si sono resi conto che – pur mantenendo la stabilità dei bilanci – è necessario agire dal lato della domanda, spingendo dunque sugli investimenti. Di qui l’attesissimo Piano Juncker annunciato ai primi di luglio e i miliardi promessi, trecento come gli eroi delle Termopili, riferimento casuale però involontariamente efficace: la situazione del lavoro e della crescita è davvero drammatica.

I NUMERI BASE. Juncker ha accelerato il percorso, scoprendo passo dopo passo che in fondo i governi nazionali – col coltello dalla parte del manico – hanno una predilezione per le parole più che per i fatti. Il suo Piano decolla con 21 miliardi di dote effettiva costituita dal capitale dell’Efsi, meno del previsto: 8 saranno riciclati dal bilancio Ue, dal fondo infrastrutture Connecting Europe (che pesa 30 miliardi) e da Horizon 2020 (strumento per la ricerca da 80 miliardi), somma che permette di stanziare virtualmente altri 8 miliardi, così il totale sale a sedici. I rimanenti 5 miliardi saranno firmati dalla Bei.

IL MOLTIPLICATORE. Si spera che ogni euro pubblico ne attiri altri 15 nei cantieri europei. Pertanto si calcola di stimolare 315 miliardi di investimenti. Stima prudente, dicono alla Commissione. L’aumento di capitale della Bei deciso nel 2012 ha avuto un moltiplicatore di uno a diciotto. Dei 315 miliardi, 240 andranno su investimenti strategici (reti ecc.) e 75 verso le piccole e medie imprese (via Bei).

IL VEICOLO. I 21 miliardi servono per garantire i programmi di investimento selezionati a Bruxelles e dare tutela in caso di «prima perdita», scenario possibile perché si tratta di operazioni più ambiziose che comportano un qualche rischio aggiuntivo. A guidare l’Efsi sarà la Bei. Con 21 miliardi come referenza, questo vuol dire poter andare sul mercato e raccogliere sino a 60 miliardi con emissioni dirette. Quindi, la banca degli Investimenti potrà cofinanziare i progetti al 20 per cento. Gli altri soldi dovranno metterli i privati.

SERVE? Ci vuole fede. I soldi sono tutti riciclati, esistevano già. Non ci sono nuovi contributi. La differenza è che, tramite la garanzia Ue, i fondi potranno essere usati in progetti con un indice di rischio lievemente più alto e dunque una redditività maggiore. In tale modo, si spera di attrarre una parte dell’enorme liquidità presente sul mercato. I privati hanno bisogno di incentivi e di fiducia. Si spera che la garanzia Ue possa scatenare un circolo virtuoso.

I PROGETTI. Quelli presentati dagli stati sono oltre 1800 e valgono 1.110 miliardi. Bruxelles dovrà sfoltire e questo non farà piacere alle capitali, che guardano al Piano con enfasi disomogenea. Si punta ad investire sulla qualità e in cinque settori chiave: Energia, Trasporti, Salute, Formazione, Ambiente. L’ideale sarebbe incidere laddove il mercato unico europeo non è sufficientemente integrato.

I GOVERNI. L’Efsi è aperto ai denari pubblici e ai privati. Difficile che le capitali si muovano senza possibilità di scaricare gli esborsi dal Patto di Stabilità e difficile che succeda non all’unanimità. Le fonti spiegano che i Trattati non cambiano. Dunque non ci sarà neutralità nei confronti dei bilanci. Il famoso sconto sul Patto di Stabilità non è in questo momento all’orizzonte. L’Italia e la Francia non saranno contenti.

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