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Mag 27

Il passaporto della civiltà

EDITORIALE
di Claudio Magris
Fonte: Corriere della Sera
 

Con l’Europa, succede quello che succedeva a Sant’Agostino col tempo: quando non ci si chiede cosa sia, si sa cos’è, ma quando lo si domanda, non lo si sa più.

 
Se per Europa s’intende non solo un’espressione geografica o un progetto politico, bensì una civiltà, un modo di essere, un’appartenenza culturale, è difficile e forse pure retorico discuterne. Si può vivere questo senso di appartenenza, sentirsi a casa — almeno parzialmente — anche al di fuori del proprio Stato o della propria lingua, così come si vive l’amore per un paesaggio o per una persona, oppure lo si può raccontare, farlo sentire, ma in modo indiretto, come fa la letteratura.

Si può — si deve — parlare dei problemi concreti che ha oggi l’Europa, di ciò che favorisce oppure ostacola il processo di una sua reale unificazione, delle possibilità o difficoltà di arrivare un giorno — malgrado l’attuale gravissima crisi — a un vero e proprio Stato europeo. Si può — si deve — parlare dell’euro, della disoccupazione, dell’immigrazione e della necessità di leggi comuni a tutti i Paesi.

È invece arduo e rischioso voler definire la cultura europea. Tuttavia se ne possono forse tracciare alcune linee fondanti. A differenza di altre grandi civiltà, l’Europa, sin dalle sue origini, ha posto l’accento non sulla totalità (statale, politica, filosofica, religiosa) bensì sull’individuo e sul valore universale di alcuni suoi diritti inalienabili. Dalla democrazia della Polis greca al pensiero stoico e cristiano col suo concetto di persona, dal diritto romano con la sua tutela concreta dell’individuo all’umanesimo che ne fa la misura delle cose, dal liberalismo che proclama le sue intoccabili libertà al socialismo che si preoccupa del loro esercizio concreto e delle possibilità di vivere una vita dignitosa, il protagonista della civiltà europea è l’individuo, che la letteratura e l’arte raffigurano nella sua irripetibile e inesauribile complessità, che Kant proclama essere un fine e mai un mezzo.

La civiltà europea contiene un grande potenziale antitotalitario ed è stata la «culla dei diritti umani» validi per tutti gli uomini, di principi universali che trascendono ogni orizzonte storicamente limitato e dunque pure l’orizzonte europeo e gli interessi dell’Europa. Antigone afferma le «leggi non scritte degli dèi» che nessuna legge positiva dello Stato può violare; di qui si arriverà, in un lungo e contorto processo, agli inalienabili diritti di tutti gli uomini, proclamati dalla costituzione americana del 1776 e da quella francese del 1792, sino ai diritti civili che comprendono pure la «disobbedienza civile», formulata da Thoreau, nei riguardi dello Stato quando esso violi quei diritti la cui estensione è ancora in corso, anche se contraddetta da tante situazioni di barbarie.

Questa universalità è il contributo fondamentale della civiltà europea, anche se gli Stati europei hanno incessantemente violato questi principi da loro stessi proclamati; si pensi — ma sono solo pochi esempi fra i molti — al colonialismo, alla depredazione e distruzione di tante altre civiltà e culture, alla tratta degli schiavi, alle innominabili condizioni di lavoro e di miseria imposte a milioni di uomini privati di ogni dignità, ai genocidi compiuti in nome di ideologie, prodotto squisitamente europeo; ai Gulag, alla Shoah, culmine insuperato dell’atrocità. Non c’è Stato europeo che non abbia i suoi scheletri nell’armadio, ma la condanna morale dei crimini dell’Europa nasce da quei principi universali — e da quelle regole politiche e giuridiche che li tutelano — elaborati non solo, ma in misura eminente dalla civiltà europea.

C’è inoltre un modo squisitamente europeo di concepire il rapporto fra l’individuo e la società ossia gli altri. Sin da Aristotele, l’individuo è concepito come zoon politikon , animale politico; cittadino della Polis, della comunità, che esiste in rapporto con gli altri, diversamente dalla concezione anarco-capitalista-ultrà, così enfatizzata negli ultimi anni e oggi in crisi. Essere animale politico significa rifiutare ogni livellamento collettivo, ma sentire di vivere nel rapporto con gli altri; significa sapere che la qualità della nostra vita comprende quella di chi vive intorno a noi, del mondo in cui viviamo; significa sentirsi partecipi di un comune destino. Non si tratta di buoni sentimenti caritatevoli, ma del senso concreto del proprio benessere, che si estende aldilà della nostra immediata persona; dell’esigenza di vivere in un Paese civile, in cui la sanità, i servizi sociali, le autostrade, la scuola, la sicurezza funzionino. In questo senso il welfare state è un’istituzione profondamente europea, che va corretta nei suoi abusi e nei suoi sprechi ma salvata nella sua essenza, quel senso del legame tra gli uomini e le generazioni che è l’autentico umanesimo.

Da Mann a Eliot, da Croce ad Hazard, da Chabod a de Rougemont ad Auerbach a tanti altri, la cultura europea è stata considerata un’unità variegata, una radice comune di tante differenze, come quelle che Brunetière, nella sua Littérature Européenne del 1900, considerava un terreno comune sottostante alle diverse letterature nazionali. E Mazzini, nel suo saggio D’una letteratura europea (1829), richiamava le parole di Goethe su una letteratura europea che nessun popolo avrebbe potuto considerare unicamente sua, ma alla cui fondazione avrebbero contribuito tutti i popoli. Più tardi, Valéry sottolineava, contro ogni eurocentrismo, l’apertura di questa cultura europea alle altre; del resto già nella Iconologia barocca del Cavaliere Cesare Ripa, del 1618, l’abito dell’Europa è di vari colori perché «in essa c’è più varietà che nelle altre parti del mondo».

Già nel suo saggio Philologie der Weltliteratur (1952), Auerbach indicava il pericolo di una standardizzazione planetaria cancellatrice delle particolarità, oggi accresciuto dalla globalizzazione e dall’impero dei media. Se questo è certo un pericolo, ce n’è un altro complementare e contrario forse ancor più insidioso: la febbre identitaria, i regressivi micronazionalismi che vagheggiano un’identità pura e chiusa in se stessa, endogamica e mortale. La diversità è un valore e va difesa, ma nel senso di appartenenza a un’identità più grande; l’umanità è un grande albero, diverso nelle radici, nel tronco e nelle foglie, ma pervaso dalla stessa vita. Dante diceva che, a furia di bere l’acqua dell’Arno, aveva imparato ad amare fortemente Firenze, ma aggiungeva che la nostra patria è il mondo, come per i pesci il mare.

I Paesi e le culture numericamente, economicamente, militarmente e politicamente più deboli non hanno nulla da temere da un vero Stato europeo, che può essere invece la loro tutela. L’assenza di un potere superiore garante dell’interesse comune e il puro gioco delle forze abbandonano le culture materialmente minori alla potenza di quelle più numerose e più ricche; senza un’istanza più alta di controllo è più facile, ad esempio, che la Francia o la Germania colonizzino la Lettonia piuttosto che viceversa.

Oggi l’Europa esercita un peso politico paurosamente inferiore alle sue potenzialità. L’Unione Europea è spesso bloccata da elefantiasi burocratica, cautele inibitorie, ricerca impossibile e paralizzante di unanimità (che è negazione della democrazia), iniziative più rappresentative che sostanziali, macchinosa proliferazione di enti inutili, ingiurioso sperpero di energie e di denaro volto ad accontentare ambizioni e pretese di tutte le istituzioni e gli organi politici e culturali possibili; riluttanza ad assumere posizioni precise e decise.

Forse l’allargamento è stato precipitoso e sarebbe stato più realistico costruire prima un vero Stato, dotato di effettiva unità e di effettivo potere, sulla base del progetto originario dei padri fondatori; uno Stato in cui accogliere successivamente tutti gli altri Paesi che avessero liberamente deciso di confluirvi, riconoscendo come propri i principi su cui esso si fonda.

Non esistono un’Europa di prima, seconda e terza classe, perché l’arricchimento umano e culturale dei vari Paesi è un bene fondamentale. Ma esiste il problema di costruire realmente una grande unità politica, che per la prima volta si cerca di costruire tramite il consenso democratico anziché tramite la guerra. Le guerre sono più efficaci delle democrazie — né l’impero romano né l’impero absburgico, indubbiamente creatori di civiltà, sarebbero sorti in virtù di accordi anziché di conquiste sanguinose. Ma la pace è il bene più prezioso che ci sia e il nostro destino dipende dalla nostra capacità di risolvere quell’autentica quadratura del circolo che è la costruzione di un vero Stato europeo, in cui ci sia posto per tutti ma solo per tutti quelli che ne condividono il fondamento.

L’unica nostra salvezza possibile è un vero Stato europeo, federale e decentrato ma organico nelle sue leggi, rispetto al quale gli attuali singoli Stati siano quello che oggi sono le Regioni per i singoli Stati. Oggi i problemi non sono più nazionali, sono europei: ogni crisi politico-economica di un singolo Paese coinvolge l’Europa; l’immigrazione è un problema europeo ed è ridicolo che sia regolato in un modo diverso in un Paese e in un altro, sarebbe come regolarlo a Bologna con leggi diverse da quelle valide per Firenze.

Il mercato finanziario globalizzato, con le sue chance e i suoi pericoli, travalica le frontiere e deve essere fronteggiato da uno Stato non più nazionale. La moneta unica è un necessario coefficiente di unione perché, dopo la lingua, la moneta è l’elemento che più contribuisce a farci sentire a casa o spaesati; non sapere se con i soldi che abbiamo in tasca possiamo pagare un caffè o un pranzo è come non poter decifrare i caratteri di un alfabeto per noi incomprensibile nelle scritte delle strade. La moneta è un linguaggio e del linguaggio ha molte proprietà. Chi contrappone con retorica spiritualeggiante l’Europa dell’anima a quella, pretesamente volgare, della moneta dimentica che questa anima consiste anche nella concezione che si ha della moneta, senza la quale non c’è pane sulla tavola delle famiglie né scuola per i loro figli. A questo proposito, all’Europa occorre pure un’iniezione di «capitalismo renano» ovvero attento alle cose e alla durata, quale antidoto alle bolle del capitalismo anglosassone essenzialmente finanziario, bolle che hanno causato tanti disastri.

L’Unione europea oggi certo scricchiola, ma è lo spettro di questa possibile catastrofe che deve forzare i tempi e le iniziative per renderla più concreta. Occorre soprattutto un ritorno della «grande politica», che oggi sembra svaporata nell’evanescente o truffaldina inconsistenza dei pateracchi, dei sondaggi e dei talk show , bolle di sapone che sono sempre meglio che palle di cannone, ma pur sempre bolle di sapone, di nulla.

L’Europa sta cambiando profondamente; molti suoi nuovi cittadini provengono da Paesi e tradizioni culturali diverse, in un processo che non è certo privo di difficoltà e domani potrebbe assumere proporzioni drammatiche, ma è un arricchimento che prosegue la tradizione europea di apertura, di integrazione, di identità che si trasforma nel tempo senza snaturarsi. Oggi letteratura europea vuol dire pure quella tedesca di scrittori di origine turca ed è solo un esempio fra i tanti. Sta nascendo o potrebbe nascere per la prima volta nella Storia una vera universalità. In Europa popoli e civiltà oggi si incontrano e si mescolano; visioni religiose, politiche e sociali vivono fianco a fianco, in un politeismo di valori. Occorre elaborare una cultura, osserva Todorov, capace di conciliare il relativismo etico, il dialogo paritetico con le altre culture e diversità, con un quantum di irrinunciabile universalismo etico, con la fede in pochi valori non negoziabili e indiscutibili, fondamento di ogni umanità e società civile, quali ad esempio l’uguaglianza di diritti indipendentemente dall’identità etnica, religiosa e sessuale. Le leggi degli dèi di Antigone, pochissimi irrinunciabili principi, possono anche non essere scritte, come nella tragedia di Sofocle, ma sono incancellabili.

 

 

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