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Set 28

Il partito bifronte (e vincente)

Fonte: Corriere della Sera

di Paolo Mieli

La Lega ha molti più voti di quanti ne abbiano Forza Italia e Fratelli d’Italia. In caso di crisi di governo i 5 Stelle sarebbero la formazione in maggiore difficoltà

Per inquadrare il confronto-scontro tra Cinque Stelle, Lega e ministro Tria, che ha portato a un deficit del 2,4%, bisogna risalire a situazioni di sessant’anni fa. C’è un solo precedente, nella storia dell’Italia repubblicana, di un partito che, come l’attuale Lega di Matteo Salvini, abbia fatto parte contemporaneamente di due maggioranze diverse, una al governo, una nelle amministrazioni locali. Si tratta del Partito socialista italiano che, sotto la guida di Pietro Nenni prima, poi di Giacomo Mancini, di Francesco De Martino e infine di Bettino Craxi, dal 1963 al 1993, salvo qualche parentesi, fu alleato della Dc a Roma e del Pci in non pochi Comuni, Province e Regioni. Per giunta negli stessi anni, in ambito sindacale, dirigenti socialisti affiancarono nella Cgil compagni comunisti e nella Uil repubblicani e socialdemocratici (appartenenti cioè all’area governativa).
Ma, a differenza di oggi, quelli del «partito bifronte» — i socialisti di allora — erano «soci di minoranza» sia della Democrazia cristiana che del Partito comunista; la loro percentuale di voti scese sotto il dieci per cento per tutto il corso degli anni Settanta e nei decenni successivi oltrepassò di poco quella soglia. Talché quel partito non riuscì mai a impensierire i fratelli maggiori i quali potevano contare su oltre il doppio o il triplo dei suoi voti; furono Dc e Pci semmai a manovrare in casa socialista mettendo in difficoltà ora questo ora quel leader. Se i socialisti di quel trentennio fossero stati — come è per la Lega di oggi — molto più forti del partito alleato in periferia e avessero tallonato da vicino o scavalcato il socio della coalizione di governo, la storia della politica italiana sarebbe stata assai diversa. Ma è, altresì, improbabile che quel complicato equilibrio avrebbe retto per tre decenni. Oggi invece l’equilibrio potrebbe tenere.
Quel che non si verificò allora a sinistra, avviene adesso a destra con effetti che pochi avevano messo nel conto. La Lega ha già ora molti più voti di quanti ne abbiano Forza Italia e Fratelli d’Italia, formazioni con le quali, tra l’altro, si è presentata in coalizione al voto del 4 marzo scorso (altra importante differenza: Pci e Psi dagli anni Cinquanta in poi non furono mai più coalizzati). E il suo essere al governo assieme al Movimento Cinque Stelle è giustificato dalla circostanza che in questo Parlamento non esistono maggioranze alternative, quantomeno a destra. Sul versante opposto — in linea teorica — potrebbe darsi una coalizione del 50% composta da Cinque Stelle e dall’intera sinistra. Ma, come abbiamo avuto modo di verificare alla formazione del governo, questa ipotesi non ha trovato e non trova adeguati riscontri tra deputati e senatori del Pd. E forse neanche di Leu.
Di questa mancanza di alternative prese atto lo stesso Silvio Berlusconi nel momento in cui il capo dello Stato prospettò l’immediata interruzione della legislatura: in quei giorni il leader di Forza Italia consentì a Salvini, anche se con parole ambigue, di prendere parte alla formazione dell’attuale esecutivo. Salvo poi pentirsene e chiedergli più volte in estate di «tornare al centrodestra». Ma che significa «tornare al centrodestra» se, come si è detto, in Parlamento una maggioranza di centrodestra non c’è? Nei fatti si tratterebbe di una quasi esplicita richiesta di elezioni anticipate, cosa che ogni buon berlusconiano nega sia nelle sue intenzioni. Ed è per questo che Silvio Berlusconi si deve rassegnare alla leadership salviniana concentrando i propri strali all’indirizzo di Luigi Di Maio, stando ben attento a non farsi trascinare in trappole che potrebbero provocare un’improvvisa caduta dell’esecutivo.
Tale quadro oltremodo complesso offre a Salvini l’opportunità di muoversi da solo proponendo obiettivi raggiungibili senza spese eccessive ma tali da guadagnargli abbondanti consensi virtuali (quelli, al momento, dei sondaggi). Però spiazza costantemente il partito di maggioranza relativa i cui programmi o sono di mera immagine o comportano spese assai ambiziose. Salvini può permettersi di rinunciare, almeno in parte, alla flat tax o allo stravolgimento della riforma Fornero. I pentastellati devono ottenere una parte sostanziosa del reddito di cittadinanza e ciò li costringe ad avanzare richieste economiche sempre più esose. E soprattutto ad entrare costantemente in tensione con il partito dei conti in ordine che ha la sua stella polare nel ministro Giovanni Tria. È vero: anche Salvini chiede in questa fase l’allargamento dei cordoni della borsa. Ma la differenza è che se poi quei cordoni non potranno essere allargati più di tanto, a Salvini resteranno comunque in mano politiche sui migranti o sulla sicurezza che lo tengono in sintonia con il suo elettorato e con la destra rimasta fuori dal governo.
Ai grillini, invece, nel caso prevalga il fronte di chi si oppone alla spesa sconsiderata, non resterebbe quasi niente. E questo spingerà Di Maio ad insistere sempre di più su richieste estreme collocandolo (lui o chi per lui) in un’alleanza di fatto con quella parte ultrakeynesiana della sinistra non eccessivamente preoccupata dell’ulteriore dissesto dei conti pubblici. Ne discende che, nel caso all’improvviso la situazione precipitasse e si dovesse correre ad elezioni anticipate, il «partito delle due coalizioni», la Lega, sarebbe avvantaggiato rispetto al proprio partner di governo. In questo la Lega è agli antipodi del Psi che negli anni Settanta provocò per ben tre volte le elezioni anticipate (’72, ’76 e in qualche modo anche nel ’79) e tutte e tre le volte fu punito dagli elettori al cui cospetto si era presentato senza adeguate indicazioni strategiche. Il partito di Salvini oggi potrebbe permettersi di «subire» un’interruzione anticipata della legislatura provocata da un conflitto tra Di Maio e Tria anche perché questo scontro renderebbe successivamente assai difficile una saldatura tra i Cinque Stelle, la sinistra e quello che potremmo definire il «fronte interno della responsabilità».
È come se negli anni Settanta un Partito socialista in grande sintonia con i propri elettori si fosse trovato d’intesa con Ugo La Malfa che, per grandi linee, all’interno della coalizione governativa ricopriva il ruolo oggi impersonato da Tria. Quell’intesa lo avrebbe indotto a non cercare avventure nelle urne dal momento che ci avrebbe pensato il tempo a lavorare a suo vantaggio. Per tutti questi motivi appare improbabile che, al di là delle quotidiane brusche variazioni di umore, alla fine dentro il governo si giunga ad uno scontro con Tria. Il partito che rischierebbe di più da una crisi di governo sarebbe quello pentastellato anche se, rotti i rapporti con la Lega, riuscisse provvisoriamente ad allearsi con quel che resta della sinistra: quell’alleanza sarebbe instabile, reggerebbe qualche mese e non eliminerebbe il rischio di elezioni anticipate (nel 1979 elezioni politiche ed elezioni europee si tennero a distanza assai ravvicinata). Forse il ministro Tria — che ha carattere: ai tempi della sinistra extraparlamentare fece parte di «Stella rossa» un gruppo minoritario composto esclusivamente da giovani dalle convinzioni più che salde — ha dovuto cedere accettando la soglia del 2,4% per permettere che i seguaci di Beppe Grillo in pubblico possano vantarsi di aver ottenuto qualcosa. La Lega non pone veri problemi. Allo stato Tria è molto più forte di coloro che lo minacciano. Anche se, com’è noto, quando la tensione raggiunge i livelli di questi giorni, il fuoco devastatore può sempre essere generato da un improvviso, imprevisto e imprevedibile effetto di autocombustione.

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