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Gen 23

Il Paese prima del partito

Fonte: Corriere della Sera

di Mario Monti

Chi governa dovrebbe fare attenzione a non sacrificare troppo, sull’altare delle polemiche interne, le scelte e la credibilità all’estero


In Italia infuriano da giorni le polemiche sulla storia della colonizzazione francese e sulla zona franco in Africa. Minore attenzione è stata dedicata all’impegno preso ieri ad Aquisgrana da Francia e Germania, di rafforzare la loro cooperazione bilaterale nel quadro della Ue e della zona euro. Una politica che pensasse davvero a «prima gli italiani» e all’«interesse nazionale» non avrebbe esitazioni. I Paesi chiave della zona euro sono tre: Germania, Francia, Italia. Questo fatto — dovuto alla dimensione del nostro Paese e al profondo grado di integrazione economica e finanziaria che lo lega al nucleo centrale dell’Europa — è evidente nel bene e nel male. Nel male, come si è visto nel 2011. La crisi finanziaria nella zona euro aveva già causato gravi problemi a Grecia, Irlanda, Portogallo, ma solo quando l’Italia è stata a rischio di insolvenza si è diffuso nei mercati finanziari di tutto il mondo il panico sulla capacità di sopravvivenza dell’euro. E nel bene, come si è visto nel 2012. Germania e Francia, oltre alle istituzioni europee, hanno contato sul contributo attivo dell’Italia, non solo perché affrontasse gli squilibri interni che ne avevano minato la credibilità finanziaria e politica, ma anche perché aiutasse ad identificare i difetti dell’allora gracile governance della zona euro e a rafforzarla con idonee proposte. Nacquero così le due decisioni prese dal vertice della zona euro nel giugno 2012, ancor oggi considerate le più rilevanti: l’avvio dell’unione bancaria e il riconoscimento della necessità di stabilizzare i mercati («scudo antispread»). Queste decisioni, come è noto, aprirono anche la strada alla politica monetaria espansiva della Bce, che neppure la cancelliera Merkel avrebbe potuto criticare, dopo avere sottoscritto quel riconoscimento.
E qui torniamo alla Francia. Se è vero che ai risultati di quel vertice si arrivò soprattutto su spinta del governo italiano, posso rivelare che il passaggio cruciale, in cui la cancelliera cominciò a cedere, fu quello in cui, contro ogni sua attesa, vide che il presidente francese Hollande sosteneva la posizione italiana, rompendo in quel momento l’asse franco-tedesco. La stampa tedesca scrisse che l’Italia, con l’appoggio della Francia, aveva inflitto alla Merkel la sua prima sconfitta. Ma gli uomini politici di oggi che, pur dicendo di continuo «prima gli italiani», sono in realtà guidati da un’altra priorità non dichiarata ma evidente — «prima il mio partito» — pensano di potersene fregare (come direbbero) del «Trattato di Aquisgrana», che Macron e la Merkel hanno reso più intenso del «Trattato dell’Eliseo» stipulato nel 1963 da de Gaulle e Adenauer. Tanto, sia Macron che la Merkel sono oggi molto indeboliti. E poi non rende forse di più, in vista delle elezioni europee, attaccare la Francia per avere causato l’emigrazione verso l’Italia con la zona franco (sic) e la Germania come causa principale (sic) dell’alto debito pubblico e della bassa crescita dell’Italia? Che cosa possiamo fare noi, poveri ma giustamente orgogliosi italiani, se non denunciare il vecchio colonialismo francese e il nuovo colonialismo tedesco?
Eppure, nel gennaio 2018, per iniziativa del presidente Macron accolta positivamente dal presidente del Consiglio Gentiloni, erano iniziati i lavori per giungere ad un «Trattato del Quirinale». Non avrebbe probabilmente previsto lo stesso spessore di cooperazione allora vigente, e ieri ancora rafforzato, tra Francia e Germania. Ma avrebbe potuto diventare uno strumento concreto per migliorare la collaborazione tra i due Paesi, anche in preparazione delle principali decisioni in sede Ue. Il nuovo governo italiano non ha mostrato interesse per la prosecuzione dei lavori e probabilmente neppure il presidente francese. Invece degli strumenti di ratifica, i due governi si sono scambiati sonori insulti (forse con un saldo favorevole a quello italiano).
Che il dibattito si scaldi, in tutti i Paesi, in vista delle elezioni europee è un sintomo positivo di insorgenza nei fatti di quell’Europa politica di cui si è sempre lamentata l’assenza. Ma in ogni Paese si dovrà fare attenzione a non sacrificare troppo, sull’altare delle polemiche tra partiti, la politica estera dei governi. Chi governa ha la responsabilità di assicurare una certa coerenza all’azione e alla percezione del Paese, in Europa e nel mondo. Altrimenti il Paese, con i suoi cittadini e le sue imprese, può in breve tempo perdere, nella durissima competizione economica e politica internazionale, posizioni faticosamente conquistate nel tempo. Negli ultimi sei mesi, ben prima dell’infuocarsi dei dibattiti per le elezioni europee, la politica estera dell’Italia — ancor più di quella economica — è stata oggetto del trionfo dell’incompetenza. La «linea» è stata fissata da estemporanee uscite verbali o digitali di questo o quel membro del governo, meglio se impreparato nel merito e incompetente nel ruolo. Il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri in più occasioni sono stati smentiti da questo o quel vice presidente, in altre occasioni hanno abbozzato e rammendato. Ma sono gli interessi e la considerazione dell’Italia ad andarci di mezzo.
Ora che il presidente Conte appare un po’ rafforzato, forse potrebbe diramare ai media nazionali ed esteri un breve comunicato del seguente tenore: «Il presidente del Consiglio ricorda che ogni dichiarazione di membri del governo, inclusi i vice presidenti del Consiglio, che non riguardi le materie di loro rispettiva competenza non rappresenta la posizione del governo italiano. Se tali dichiarazioni vengono rilasciate da esponenti di partiti, questi dovranno indicare che la dichiarazione viene rilasciata a tale titolo. Si invitano in particolare le sedi diplomatiche a non considerare le dichiarazioni di cui sopra come espressione di posizioni della Repubblica Italiana». Scolastico? Velleitario? Ma perché noi italiani dovremmo accettare che il nostro Paese, la nostra bandiera, vengano imbrattati o coperti di ridicolo da politici che ogni giorno ci richiamano ai valori della Nazione, della Patria, della Sovranità?

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