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Dic 20

Il no dei partiti a un governo tecnico e la prospettiva di un Gentiloni bis

Fonte: Corriere della Sera

di Francesco Verderami

C’è un’intesa bipartisan per bandire la vecchia formula bocciata dagli italiani

Arrivare primi stavolta non basterà. E se nessun partito o coalizione riuscirà a conquistare nelle urne la maggioranza assoluta dei seggi nei due rami del Parlamento, si aprirà una lunga fase di crisi. Tutte le forze politiche ne sono fin d’ora consapevoli, e tutte — dal Pd a Forza Italia, passando ovviamente da M5S e Lega — sono unite da una comune volontà: bandire dal lessico delle trattative la formula del «governo tecnico», che è usurata dal tempo e incontra l’aperta ostilità dell’opinione pubblica. Ecco cosa ha indotto di recente Berlusconi a dire che — in caso di stallo dopo le elezioni — sarebbe preferibile fosse Gentiloni a gestire ancora il Paese prima di riportarlo al voto. La sortita, che poi il Cavaliere ha derubricato a ovvietà costituzionale, è stata dettata da un’analisi degli amatissimi sondaggi e da una constatazione: nessun partito potrebbe alla lunga reggere la riedizione di esperienze del passato. Così Berlusconi ha dato voce a un’area trasversale, comprendente i democratici, che preferirebbe evitare di impantanarsi in altri gabinetti di transizione. A meno di realizzare un accordo politico sul «modello tedesco».

È un’altra stagione
Per quanto i rapporti tra Pd e Forza Italia siano improntati al fair play — lo testimoniano la tregua su Bankitalia, l’approccio nella Commissione d’inchiesta sugli istituti di credito e la campagna elettorale reciprocamente concentrata sui grillini — i maggiorenti dei due partiti registrano al momento serie difficoltà a immaginare un governo di larghe intese, per problemi politici e numerici. Nei conversari riservati calcolano che non basterebbe unire i loro due gruppi e le forze centriste a loro collegate: «Servirebbero in più un pezzo della Lega o della sinistra scissionista». In tal caso prenderebbe corpo la proposta anticipata a Cazzullo sul Corriere da D’Alema, che ha parlato di un «governo del presidente». Sarebbe un governo tecnico sotto altro nome: prospettiva osteggiata persino dall’area non renziana del Pd, contraria a riproporre «personalità del passato come Amato». Eppoi è un’altra stagione, ed è diverso anche il metodo applicato da Mattarella, che non a caso ieri — accennando agli scenari futuri — si è appellato al senso di «responsabilità istituzionale» dei partiti.

Dalla tripla B alla tripla A
Toccherà alle forze politiche insomma farsi carico delle scelte. E se la traccia accennata da Berlusconi divenisse tema di svolgimento nelle trattative, se il Pd riuscisse a confermarsi primo partito, allora — consumata una serie di passaggi istituzionali — l’ipotesi di un Gentiloni che succeda a Gentiloni potrebbe realizzarsi, magari dopo aver un po’ scolorito la squadra di Palazzo Chigi. Con un premier di origine politica, verrebbe annacquata la natura semi-tecnica dell’esecutivo. Questo consentirebbe a Forza Italia di farlo navigare e di fargli varare la legge di Stabilità, uno dei punti fermi del Colle: perché il Paese avrà una «cambiale» di venti miliardi circa da onorare per il 2019, conseguenza delle clausole di salvaguardia firmate con l’Europa. Ma quanto durerebbe così la legislatura? E perché mai i parlamentari di centrodestra – eletti anche con i voti della Lega — dovrebbero immolarsi per una breve mission? Perciò la crisi sarà lunga, se nessuno vincerà le elezioni. Perciò Berlusconi punta a vincerle, almeno così dice: «La coalizione si avvicinerà al 45% e noi di Forza Italia dovremo individuare la persona da indicare come premier». Il nome è Tajani, l’obiettivo sarebbe ai limiti dell’impresa. E se non ci riuscisse di un soffio, Berlusconi confida di trovare dei «responsabili» in Parlamento. Prima però gli servirebbe far man bassa di collegi, che ha fatto testare e poi dividere in sei fasce: si va dalla «tripla A» (vincente garantito) alla «tripla B» (perdente assicurato). Per quelli in bilico vuole solo candidati capaci di spostare il risultato. Ci sarebbero poi quelli che definisce dei «problemini» con Salvini, e ci sarebbero anche gli altri. Renzi, per esempio: «Il Pd sarà la forza determinante per il governo». A patto che non lo si chiami «tecnico». In ogni caso serviranno tempi lunghi.

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