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Giu 07

Il governo ottiene la fiducia alla Camera. Conte alla prova dell’Aula tra lapsus, gaffe e proteste

Fonte: La Stampa

di Andrea Carugati

Durante la replica a Montecitorio molte interruzioni da parte delle opposizioni

Dopo una «prima» tutto sommato tranquilla in Senato, la replica alla Camera è stata molto più movimenta per il neo premier Giuseppe Conte. Sui numeri della fiducia, arrivata in serata nessuna sorpresa: 350 sì da M5s e Lega, 236 no di Pd e Forza Italia e 35 astenuti di Fratelli d’Italia. La performance di Conte però è stata meno sicura, tra appunti smarriti, lapsus come la «presunzione di colpevolezza», frasi in avvocatese come «renderemo ostensibili i dati che potranno essere ostesi», e gaffe come quando ha ricordato le polemiche sui social contro «un congiunto del presidente Mattarella assassinato dalla mafia». «Si chiama Piersanti!», ha gridato nel suo intervento il capogruppo Pd Graziano Delrio tra gli applausi dei deputati dem.
Scontri ripetuti, quelli col Pd. Quando Conte ha accennato al tema del conflitto d’interessi, «vexata quaestio», sono partiti i primi brusii. «Voi che protestate è evidente che avete i vostri conflitti di interessi», la sciabolata del premier che ha scatenato la reazione dei deputati dem Emanuele Fiano e Ivan Scalfarotto. Breve bagarre, che ha coinvolto anche il presidente della Camera Roberto Fico. «Devi chiedere scusa», l’urlo di Fiano, «Il presidente della Camera deve tutelare i deputati». «Quando eri deputato semplice facevi di peggio», l’accusa a Fico. Il premier prova a correggere il tiro: «Sono stato frainteso, volevo dire che il conflitto d’interessi si può annidare a tutti i livelli, anche in un condominio, è che il nostro compito è prevenire ogni sua manifestazione».
Altri mugugni quando il premier ha più volte fatto riferimento al contratto di governo. «E mo basta!», il grido di Roberto Giachetti, sempre dai banchi dem. E altre scintille tra Pd e M5S, con il capogruppo grillino Francesco D’Uva all’attacco di Delrio: «Non si strumentalizzano le vittime di mafia».
Conte ha cercato di riempire i vuoti lasciati nel discorso al Senato, su temi come sud, lavoro, impresa e anche su pace e cooperazione. «Accidenti», ha detto nella sua replica, «non mi pare che nel nostro contratto ci siano intenti bellicisti o imperialisti». «Per il sud ci sono poche righe, ma ci sarà un ministro ad hoc a vigilare su questo tema». Sull’impresa, ha aggiunto, «impregna tutto il nostro contratto, anche quando parliamo di ambiente e di sharing economy». Le parole più nette su Europa e debito: «Siamo per negoziare a livello europeo. Ci siederemo a quei tavoli volendo esprimere un indirizzo politico, ci auguriamo con la fermezza e la risolutezza necessarie per essere ascoltati dai nostri partner. Abbiamo l’ardire di voler promuovere nuove politiche economiche». «Quali? Quali?», gridano dai banchi del Pd.
Ancora domande polemiche quando il premier ricorda la ricetta fiscale: «Ci sarà progressività, aliquote e uno no tax area». Su migranti e Buona scuola parole di dialogo dal premier: «Non vogliamo capovolgere tutto, l’ex ministro Minniti ha ricevuto elogi da questa maggioranza. Sulla scuola valuteremo». Non ci sono numeri, coperture, parole che vadano oltre i titoli dei capitoli: «Ci viene sollecitato di precisare quelli che sono gli obiettivi in modo più puntuale. Ne siamo consapevoli ma ci siamo appena insediati: non chiedeteci dettagli normativi perché stiamo ancora costituendo gli uffici. Abbiamo appena giurato!».
Polemiche anche sull’Autorità nazionale anticorruzione guidata da Raffaele Cantone: «Non ci sono stati i risultati che ci attendevamo, forse ci aspettavamo troppo. Possiamo valorizzarla e rafforzare la sua opera su una certificazione anticipata per poi procedere alle gare più speditamente». Gelida la replica dall’Anac: «Senza intenzioni polemiche, è probabile che il Presidente del Consiglio non conosca tutto ciò che Anac fa per prevenire la corruzione», spiegano dall’Autorità. Di qui l’invito a Conte a partecipare al Senato il 14 giugno alla Relazione annuale «per conoscere l’attività svolta e su quali parti eventualmente potrebbe essere utile intervenire».
Per la Lega Nicola Molteni ha motivato la fiducia al governo con un discorso centrato su sovranità nazionale «da riacquistare perché è stata ceduta ai manovratori dello spread», stop ai clandestini e sì alla legittima difesa. «Abbiamo trovato con i Cinque Stelle un terreno comune per affrontare l’egemonia dei palazzi europei», il premier Conte «dovrà onorare e difendere questa fiducia giorno per giorno».
«Oggi è il giorno dell’orgoglio di M5s», della nascita della «terza Repubblica», l’esordio in aula del neo capogruppo grillino Francesco D’Uva. Durissimo Delrio, che si è detto sconcertato dalla «mancanza di umiltà» di Conte: «Prima studi: non venga qui a fare lezioni. Non è qui per concederci il privilegio di vederla osservare la Costituzione. Lei ha il dovere di rispettarla. Non faccia il pupazzo nelle mani dei partiti». «In nome del popolo spesso hanno parlato i dittatori, sono stati commessi genocidi», ha detto l’ex ministro Pd. «I deboli non li difende l’avvocato del popolo, ma le istituzioni e l’equilibrio tra i poteri». «Il vostro programma è pieno di promesse irrealizzabili. Un libro dei sogni che temiamo possano diventare incubi per le famiglie, le imprese e la credibilità del paese», ha concluso Delrio.
Molto critica anche la capogruppo di Forza Italia Mariastella Gelmini, che ha contestato la «foga manettara» del nuovo governo. «Il suo è stato un discorso pieno di demagogia, intriso di populismo, pauperismo e giustizialismo. Ma la campagna elettorale è finita, ora il Palazzo siete voi. E rischiate di portarci al dissesto dei conti». C’è tempo anche per un battibecco tra ex alleati: «Salvini è stato forse un abile leader della Lega, ma non un leader unificante del centrodestra come Silvio Berlusconi», ha attaccato Gelmini tra gli applausi dei suoi. Coro di “Buuu” dai banchi della Lega.

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