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Giu 27

Il gioco delle tre carte che continuerà ancora

Fonte: Corriere della Sera

di Antonio Polito

Ora a destra tutti dicono «uniti si vince». Vero. Ma uniti per cosa e guidati da chi? Questo è il problema


Il gioco elettorale delle tre carte continua, e davvero non si capisce come possa finire. Un giorno credi che l’Italia sia pronta a consegnarsi nelle mani di Grillo, il giorno dopo scopri che ha nostalgia di Berlusconi, e ti sembra appena ieri che si era buttata nelle braccia di Renzi. Lo sconfitto di turno dice sempre che è colpa della «macchia di leopardo», un test amministrativo troppo disomogeneo e senza valore politico (anche se stavolta sarebbe più giusto definirlo a «macchia di giaguaro», visto il ritorno di Berlusconi, evidentemente non ancora «smacchiato»). Il vincente di turno invece dice sempre che «è girato il vento», e cerca nel voto dei Comuni i segni di un cambiamento epocale destinato a durare nel tempo. In realtà un po’ di vento domenica s’è sentito: l’elettorato di centrodestra si è mostrato ancora una volta più coriaceo e unito dei suoi capi, e più omogeneo di quello del centrosinistra. Sulle battaglie culturali, come lo ius soli, si ritrova; contro la sinistra, multiculturale e tollerante, si mobilita. Questi grandi temi contano anche nei piccoli Comuni: a Sesto San Giovanni il centrodestra ha fatto la campagna elettorale con lo slogan «no alla nuova moschea, sì a un nuovo commissariato».E ha conquistato la ex Stalingrado della sinistra lombarda, insieme a molti dei suoi elettori più popolari.
Ora a destra tutti dicono «uniti si vince». Vero. Ma uniti per cosa e guidati da chi? Questo è il problema. Con il Ppe o con la Le Pen? Col proporzionale o col maggioritario? Con la ruspa o in doppiopetto? Il cemento del successo può fare molto per rimettere insieme i cocci, a destra vincere conta più che a sinistra, ma come si vince in epoca di tripolarismo? E, soprattutto, come si governa poi, se ci si limita a incollare i cocci? Il centrodestra è ben lontano dall’avere un’anima politica, senza una leadership moderata non vince, senza l’elettorato arrabbiato non vince. Ma sta decisamente meglio di un mese fa, quando lo si diceva deceduto.
Il centrosinistra è in guai peggiori. Perde in tutte le versioni: in quella prêt-à-porterdi Renzi che fa l’uno contro tutti e si schianta al referendum; in quella vintage resuscitata da Pisapia e Prodi, campo largo e coalizione, più sinistra e meno centro, che si è inabissata a Genova; e in quella rosso antico che cede al nemico posti mitici come Pistoia e Carrara. Da qualche tempo in qua gli elettori di centrodestra e quelli grillini mostrano di potersi sommare pur di battere Renzi, ma non accade mai il contrario. Il Pd è maledettamente solo. Adesso in molti diranno al segretario che il problema è lui, che si è rotta la sua relazione sentimentale col Paese, e che il centrosinistra deve dunque scegliersi un altro candidato premier per tornare a vincere. Renzi conterà i voti di chi gli fa la lezione, non molti, e risponderà picche. A peggiorare le cose per il Pd ci sono due appuntamenti autunnali finora sottovalutati: a ottobre più di dieci milioni di elettori lombardi e veneti sono stati chiamati a un referendum per l’autonomia dai due leader leghisti senza felpa, Maroni e Zaia, e se rispondono possono rifondare il centrodestra; mentre a novembre vota la Sicilia, cassaforte elettorale del M5S che potrebbe conquistare l’isola, mettendo così fine alle chiacchiere premature sulla sua scomparsa.
Il Movimento infatti continua ad avere un elettorato ampio e resistente all’usura, cui pure viene quotidianamente sottoposto dalle lotte intestine. Gli manca solo disciplina, responsabilità, unità interna e credibilità di governo. Tutte cose che non si acquistano se non ci trasforma in un vero e proprio partito, mettendo in condizioni di non nuocere l’ala movimentista. Operazione di una certa difficoltà per chi è nato da un «vaffa».
Al momento è impossibile capire quale equazione possa mai risolvere questo rebus, anzi tribus, della vicenda politica italiana, dominata da tre protagonisti tutti troppo deboli per vincere ma tutti abbastanza forti per impedire agli altri due di farlo. Ed è questa la ragione per cui ogni volta che si parla di elezioni in Italia l’Europa trema e i mercati si innervosiscono. Sommato all’enorme debito pubblico, l’enigma politico è il vero e proprio tallone d’Achille di un Paese che forse potrebbe perfino ritrovare la via di una crescita un po’ più effervescente, dopo tanto soffrire e languire.
Per questo ai protagonisti di questo stallo che dura ormai da anni noi cittadini dobbiamo chiedere due cose. Primo: tenere al riparo le istituzioni, il governo in carica e l’interesse nazionale dalla loro contesa, non rimettendosi a correre verso elezioni anticipate che a questo punto saprebbero tanto di un rilancio al buio nel poker. Secondo: approfittare del «velo dell’ignoranza» in cui oggi tutti ci troviamo, non sapendo chi può vincere l’anno prossimo, per fare una legge elettorale onesta ed equanime e che, senza trucchi e senza inganni, dia una spinta decisa alla governabilità a vantaggio di chi avrà più voti. In questa materia miracoli non se ne possono fare (neanche l’iper-maggioritario inglese ne fa); ma qualcosa di sensato e di efficace si può e si deve fare. Poi, una volta fatta, ricomincino pure a darsele di santa ragione.

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