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Dic 13

Il doppio salto del senatore Ugo Grassi e il Sud «mobile» delle classi dirigenti

Fonte: Corriere della Sera

di Antonio Polito

Ieri eletto con il M5S, oggi passato alla Lega nell’Irpinia già feudo della Dc


«Con rispetto e deferenza, anche lei non ha capito niente. Se mi permette, una volta eletto verrò a Roma e le spiegherò come noi Cinque Stelle cambieremo l’Italia». Conobbi il professor Ugo Grassi, il senatore pentastellato appena passato alla Lega, poche settimane prima delle elezioni del 2018, nel Circolo del nuoto di Avellino, ritrovo delle classi dirigenti cittadine. Mi colpì molto la sua determinazione di neocandidato scelto da Di Maio, ma ancor più la sua biografia.
Giovane docente universitario, sposato con una notaia, a sua volta nipote di Pellegrino Capaldo, banchiere ed economista, personalità originale e colta del cattolicesimo democratico irpino, era imparentato con una delle famiglie più ricche e potenti di Atripalda, grosso centro alle porte di Avellino. Per questo lo descrissi in un articolo come indizio e presagio della febbre elettorale che al Sud avrebbe dato ai Cinquestelle percentuali mai raggiunte neanche dalla Dc, intorno e oltre il 50%. Mi sembrava un fulgido esempio del cambio di cavallo delle classi dirigenti meridionali, da tempo orfane, che avevano deciso di scommettere su un nuovo e stellato destriero. Altrettanto simbolico di ciò che sta avvenendo al Sud appare perciò il rapido salto dal cavallo, inforcato con entusiasmo meno di due anni fa, di quello stesso Ugo Grassi che voleva cambiare il mondo con i Cinquestelle, e che ora si ripromette di farlo con la Lega: un Carroccio invece di un cavallo, purché si muova. Ugo Grassi, ovviamente, lo fa per i suoi ideali. Aveva tentato di convincere gli amici dei Cinquestelle a riformare radicalmente l’Anvur, l’agenzia di valutazione del sistema universitario e della ricerca, i maligni dicono anche per diventarne presidente. Invece quelli hanno preferito farne una nuova, l’Agenzia nazionale per la ricerca, che ai suoi occhi è un dispendioso doppione, e per giunta neanche di questa gli hanno offerto la presidenza.
Bisogna dunque riconoscere che qualche ragione ce l’ha. Non ultima aver dovuto convivere con colui che ad Avellino è il capo riconosciuto dei Cinquestelle, quel Carlo Sibilia salito agli onori della cronaca per aver annunciato che lo sbarco sulla Luna era stato un falso, mentre Garibaldi e i Mille erano sbarcati a Quarto. Quando ha detto che Dio creò il mondo in tre giorni, i Cinquestelle lo nominarono responsabile Scuola e Università honoris causa. Ammettiamolo: deve essere stata dura per un raffinato giurista in spasmodica ascesa come Grassi confrontarsi con un tizio così sul complesso tema della valutazione universitaria. Ma non è detto che nella Lega irpina il professore si sentirà molto più a suo agio, in quanto a frequentazioni.
Non sono infatti solo i buoni borghesi irpini come lui ad aver capito che il futuro è Salvini. Tre mesi fa, per esempio, è stato arrestato un ex consigliere comunale leghista, figlio di un boss all’ergastolo, oggetto di un’intimidazione a colpi di kalashnikov sotto casa sua: ciò che insospettì la polizia fu che non denunciò l’attentato, ma perquisendo l’abitazione lo trovarono munito di una pistola con matricola abrasa col colpo in canna. Nell’inchiesta dell’Antimafia sul nuovo clan camorrista, è finito poi indagato per «voto di scambio politico-mafioso» anche il coordinatore provinciale del partito di Salvini. Ormai solo posti in piedi sul Carroccio al Sud. Se oggi Francesco De Sanctis, il grande critico letterario, rifacesse il suo celebre «Viaggio elettorale» del 1876 in Irpinia, troverebbe un materiale nuovo quanto antico sul «trasformismo».
Si potrebbe anzi dire che i Cinquestelle ne abbiano rappresentato il perfetto humus, quasi la teorizzazione. Dire infatti, come essi hanno sempre detto, che non importa se sei di destra o di sinistra, se stai con la Lega o con il Pd, perché l’importante è fare le cose, è esattamente il ragionamento con il quale oggi Grassi li lascia per «fare le cose» altrove. In fin dei conti il padre di questo neologismo che tanto successo ha avuto nella politica italiana, Agostino Depretis, aveva così descritto nel 1882 l’allora nascente fenomeno: «Se qualcheduno vuole entrare nelle nostre fila, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?». Depretis era di sinistra, ma anche Salvini non ha respinto il senatore Grassi. Un mio amico, direttore di un giornale online di Avellino, ha chiosato la vicenda così: «Aridatece De Mita». Ma è un nostalgico, e non ha capito il nuovo che avanza.

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