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Ott 17

Il declino (sottovalutato) dei moderati in Europa

Fonte: Corriere della Sera

di Pierluigi Battista

Rischia la distruzione l’intero mosaico dei partiti popolari, di centro, liberal-democratici su cui si è retto l’equilibrio politico europeo, dalla fine della Seconda guerra mondiale in qua


La disfatta elettorale del partito alleato di Angela Merkel in Baviera non è che l’ultimo tassello che rischia di buttare giù l’intero mosaico dei partiti moderati, popolari, di centro, liberal-democratici su cui si è retto l’equilibrio politico europeo, dalla fine della Seconda guerra mondiale in qua.Il pilastro socialista e di sinistra classica versa in uno stato pre-agonico, ma solo il nostro strabismo ideologico non ci fa concentrare sul declino storico della sua controparte moderata, liberale ed europea. In Italia il 4 marzo ha consegnato il centrodestra nelle mani dell’oltranzista Salvini, animale di una destra pura e radicale. Ma in Europa sono anni che il moderatismo boccheggia. Siamo a un bivio della storia. E quello delle prossime elezioni europee del 2019 rischia davvero di essere fatale per il centrodestra così come lo abbiamo conosciuto nei decenni.
In Spagna il Partito Popolare di José Aznar perse rovinosamente le elezioni dopo la strage terroristica alla stazione Atocha di Madrid, ma comunque totalizzò un notevole 39 per cento di consensi. Percentuale mantenuta nelle elezioni del 2008, fino al clamoroso 44 per cento del 2011 sotto la guida di Mariano Rajoy. Poi, scalfito il blocco moderato con la comparsa di Ciudadanos, la discesa che impedirà ai Popolari di formare un governo stabile: poi l’estromissione dal governo, la crisi verticale. In Austria il Partito popolare venne umiliato nel 2014 con l’esclusione dal ballottaggio presidenziale che vide contrapporsi un esponente dei Verdi contro quello dell’estrema destra, battaglia giocata sul filo dell’ultimo voto, tra polemiche e accuse di brogli. E solo il suo affidarsi a un giovane leader estremista ha permesso all’Övp di risalire la china, ma al prezzo di consegnarsi a un governo fortemente condizionato dagli alleati della destra più oltranzista. In Francia la disfatta del candidato Fillon, screditato dopo la scoperta di emolumenti pubblici fatti affluire di nascosto alla moglie, ha messo ai margini la destra repubblicana, schiacciata dalla tenaglia dal sovranismo di Marine Le Pen a destra, e dall’altra parte dal movimentismo moderno e spregiudicato di Emmanuel Macron: un cataclisma che rischia di fare il paio con la virtuale scomparsa dello storico antagonista socialista. E poi, per continuare la carrellata che disegna i segnali di un possibile affondamento del centrodestra europeo già dal prossimo 2019, ecco in Grecia la catastrofe di Nuova Repubblica, che ancora nel 2007 poteva contare sul 41 per cento del leader Kostas Karamanlis, poi dimagrito nel 2009 con un ancora notevole 33 per cento, e poi, minacciato alla sua destra dalla crescita dei nazisti di Alba dorata, destinato alla disintegrazione nello scontro diretto con Tsipras, che a sua volta aveva cannibalizzato i socialisti del Pasok. Oppure in Olanda, dove soltanto la paura per il previsto trionfo dei populisti di Geert Wilders ha rallentato la decisa discesa (con un calo di oltre il 5 per cento) del liberal-democratico Mark Rutte, peraltro costretto ad indossare una maschera di «duro» anti-immigrati. In Svezia i moderati non hanno saputo approfittare della crisi dei socialdemocratici e si sono acconciati al ruolo di ruota di scorta dell’estremismo di destra. In Ungheria i Popolari si sono consegnati al teorico della democrazia illiberale Orbán. E sono note le traversie dei conservatori inglesi, il polo moderato per eccellenza nella storia della democrazia europea, che hanno vinto di un soffio anche con un Partito laburista schiacciato sul massimalismo di Jeremy Corbin, con i populisti di Farage tagliati fuori dalla corsa per il Parlamento di Westminster, ma tutt’altro che cancellati in quella per il Parlamento di Strasburgo, con una base sedotta dalle sirene della Brexit e Theresa May sfidata alla sua destra dalle esuberanze di Boris Johnson.
I sondaggi valgono quel che valgono, ma la previsione di un calo di oltre sette punti percentuali, dal 32 al 25 per cento, del Ppe nelle elezioni europee del maggio 2019, non pare del tutto infondata. E se si somma la discesa dei Popolari alla probabile apocalisse dei socialisti europei, non sembra così peregrina la possibilità che i due pilastri storici dell’Europa post-bellica possano raggiungere a malapena il 50 per cento. E l’altra metà? L’altra metà tende sempre più a non riconoscersi nelle famiglie politiche che hanno dato ordine, idee, respiro e benessere all’Europa uscita dalle macerie della guerra. L’altra metà è scappata e fino a che i partiti storici non capiranno che l’insurrezione elettorale rischia di spazzarli via dal centro del quadro politico, il destino non potrà che essere una dolorosa estinzione.

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