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Mag 23

Il centrodestra e quel veto mancato

Fonte: Corriere della Sera

di Francesco Verderame

Il rischio di un ritorno alle urne ha portato a un errore tattico che potrebbe trasformarsi in un errore strategico, carico di conseguenze per l’intero sistema politico


Da qualche giorno Berlusconi sostiene che il governo giallo-verde è «pericoloso» per il Paese. Teme per i destini nazionali affidati alla «serie C» della politica. Non si capacita del fatto che la presidenza del Consiglio possa essere consegnata a un «signor nessuno». E perciò «condivide» i richiami di Bruxelles all’ortodossia comunitaria. Fa propri i «moniti» delle cancellerie di mezza Europa sul progressivo isolamento dell’Italia. Osserva con «crescente preoccupazione» l’innalzamento dello spread, che ieri — a suo dire — fu la lama della «congiura» organizzata contro di lui nel 2011, ma che oggi — sempre a suo dire — non è lo strumento di un «complotto» contro il progetto di Salvini e Di Maio. Eppure è lo stesso Berlusconi che non più tardi di una settimana fa annunciò il suo «passo di lato» per lasciar libera la Lega di formare una maggioranza con M5S. Che si vantò del gesto maturato per «senso di responsabilità» verso il Paese, che spiegò di non voler essere da «ostacolo» al diritto dei cittadini di avere un governo, anteponendo «l’interesse nazionale» al «veto personale» nei riguardi dell’alleato. Sebbene proprio l’alleato gli avesse lasciato l’ultima parola, assicurando che non sarebbe andato oltre nel rapporto con i Cinquestelle e che semmai si sarebbe tornati al voto insieme.
Ecco il punto: il rischio di un ritorno alle urne ha portato a un errore tattico che potrebbe trasformarsi in un errore strategico, carico di conseguenze per il centrodestra ma anche per l’intero sistema politico. Cosa resterebbe infatti di una coalizione, già minata al proprio interno, se leghisti e grillini dovessero governare insieme? Quanto potrebbero reggere gli accordi locali se l’alleanza si dividesse a livello nazionale? Quale sarebbe in tal caso il collante tra una forza che si richiama al sovranismo e un partito che si àncora all’europeismo? E dunque, quale sarebbe il saldo di una simile manovra per Berlusconi se — per evitare il voto — si ritrovasse nelle stesse condizioni di subalternità in questo Parlamento? Certo, nel caso in cui l’esperimento tra Salvini e Di Maio dovesse saltare, Forza Italia potrebbe addossare alla Lega il fallimento del progetto giallo-verde, confidando di riprendersi il primato della coalizione e lucrare una parte del consenso. Ma davvero, dopo un simile sconquasso, il centrodestra tornerebbe a ricomporsi come nulla fosse? E se invece il governo Cinquestelle-Lega dovesse partire, con chi e su cosa si fonderebbe in prospettiva la ricostituzione della vecchia alleanza? Non c’è dubbio che l’accordo elettorale tra Berlusconi e Salvini si fondava su obiettivi diversi: il primo puntava a governare con il Pd; il secondo aveva in animo di aprire al dialogo con il Movimento. Ed era chiaro che dopo il voto — in assenza di una maggioranza autosufficiente — non sarebbe stato semplice trovare un compromesso. Infatti non hanno retto alla prova di governo. Così le manovre tattiche dietro cui si celavano interessi di parte sono prevalse sugli interessi del Paese. È una responsabilità che accomuna tutti i partiti, anche il Pd, che ha scaricato sulle trattative di governo l’ennesimo scontro di potere interno.
Tra egoismi e sottovalutazioni, in questi due mesi il palcoscenico politico è stato calcato da apprendisti stregoni: non c’è stato leader che non abbia atteso l’errore altrui per avvantaggiarsi nel Palazzo in una logorante guerra di posizionamento. Aspettando un «governo del cambiamento» che tarda ad arrivare, da due mesi il Paese vive in una bolla. Nessuno parla più della cambiale da 15 miliardi che bisogna onorare con l’Europa, se non la si vuole pagare l’anno prossimo con l’aumento dell’Iva. È come scomparsa l’emergenza dei migranti. È stata accantonata la soluzione della crisi all’Ilva, che è la punta di un iceberg sotto cui si nascondono altre criticità industriali al Sud. Servirebbe il senso del limite, anche perché — al contrario dei protagonisti di questa estenuante crisi — l’Italia non può fermarsi a guardare lo spettacolo. Non può permettersi un’indigestione di pop corn.

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