I migranti sono armi e non solo ai confini della Bielorussia

Fonte: Corriere della Sera

di Andrea Nicastro

L’atto è spregiudicato, certo, ma sfrutta persone che si offrono volontarie allo sfruttamento. Chi è al gelo in Bielorussia ha pagato molti soldi per partire e molti sono disposti a morire pur di non tornare indietro

Itentennamenti davanti alla marea umana che vuole vivere e lavorare nell’Ue provocano quasi solo drammi: la morte di migliaia di persone, costi di sorveglianza esorbitanti rispetto a quelli dell’accoglienza, criminalità, perdita di credibilità morale. Il ponte aereo organizzato tra Medio Oriente e Bielorussia dal presidente-dittatore Lukaschenko ha reso chiaro ciò che Draghi definisce la «strumentalizzazione dei migranti in politica estera» e la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen «guerra ibrida». Sono storici esperti della materia Gheddafi, Erdogan, re Mohamed VI e, ora, anche Lukashenko si aggiunge al club. L’atto è spregiudicato, certo, ma sfrutta persone che si offrono volontarie allo sfruttamento. Chi è al gelo in Bielorussia ha pagato molti soldi per partire e molti sono disposti a morire pur di non tornare indietro. E il problema per la titubante Europa è che la loro non è un’eccezione, al contrario.
Solo ieri sulla rotta Sud verso l’Europa c’erano circa 500 persone in navigazione. Duecento sono arrivate in Italia, le altre, su due gommoni e una bagnarola, si stavano ancora giocando la vita nella sera. Alla deriva una carretta su cui lunedì sono morti in dieci. Sempre ieri, a Nord-Est, nella foresta tra Bielorussia e Polonia, c’erano circa 4mila persone. Secondo i dati polacchi, 11 sono morte in 10 giorni, secondo le Ong le vittime sono almeno il doppio.
Nella rotta Nord, in uscita dall’Ue, verso la Gran Bretagna, invece, 560 persone sono sbarcate sulle coste del Kent e di Dover. Dall’inizio dell’anno sono 24mila, il triplo di quelli del 2020. Come paragone, nello stesso periodo, ne sono arrivati in Italia poco più del doppio, 59mila, molti dei quali hanno poi proseguito proprio per Londra.
Al confine bielorusso le Ong denunciano (sottovoce) il trattamento disumano delle autorità di Minsk e di Varsavia. Sulla Manica altre Ong fanno lo stesso con Parigi. Nel canale di Sicilia lo dicono a Roma. Colpa dell’«effetto deterrenza» che gli Stati perseguono astenendosi da soccorsi efficienti per evitare quello di «chiamata».
Per fortuna, però, c’è una differenza tra Lukashenko e i governi di Francia o Gran Bretagna. Davanti alla tragedia di migranti disposti ad attraversare il Canale in kajak, Parigi è intervenuta, ha spostato i migranti in centri di accoglienza più lontani dal mare. Certo, torneranno, ricostruiranno i loro campi, ma almeno Parigi non li ha sfruttati come «strumenti di politica estera» per punire Londra della Brexit o per esigere banchi di pesca. I migranti sono «armi», ma solo se qualcuno è disposto a premere il grilletto. Altrimenti restano persone e la (nostra) morale è salva.

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