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Giu 06

Governo, la pace fiscale per trovare le risorse per reddito di cittadinanza, Fornero e giustizia

Fonte: Corriere della Sera

di Lorenzo Salvia

Il premier: rifondare il rapporto Stato- contribuenti. Ma non ci sono scadenze su flat tax e pensioni


La super rottamazione dei debiti
«È questa l’occasione per rifondare il rapporto fra Stato e contribuenti, all’insegna della buona fede e della reciproca collaborazione tra le parti. Mi piace ragionare di alleanza finanziaria come si parla di alleanza terapeutica tra medico e paziente». Il passaggio, nel discorso del presidente del consiglio Giuseppe Conte, arriva subito dopo quello sulla flat tax. Forse non è un caso. Il premier non la cita direttamente, attento a evitare in Aula un tema divisivo, anche nella maggioranza. Ma il principio dell’«alleanza finanziaria» è quello che ispira la «pace fiscale», proposta contenuta nel contratto di governo. E che consiste in una sorta di super rottamazione dei debiti con il Fisco «in tutte quelle situazioni eccezionali e involontarie di dimostrata difficoltà economica».

La flat (dual) tax
Il messaggio di Conte, letto in filigrana, sembra chiaro: senza la pace fiscale tutte le riforme contenute nel contratto di governo diventano traballanti. Per questo, sui singoli punti, il premier prende tempo. Sulla flat tax — da ribattezzare dual tax visto che le aliquote sono due, 15 e 20% — si limita a dire che è un «obiettivo». Senza indicare quando partirà: se nel 2019 ci si limiterà ad abbassare l’aliquota già previste per le imprese o se, invece, riguarderà anche le famiglie, magari partendo ad esempio con le famiglie numerose. Non dice nulla sullo stop all’aumento dell’Iva, previsto dal contratto di governo, che scatterebbe a gennaio. Segnale di come resti sul tavolo l’ipotesi, messa nero su bianco dal ministro dell’Economia Giovanni Tria prima di entrare nel governo, di lasciare salire l’Iva proprio per trovare parte delle risorse necessarie per la flat tax.

Il reddito di cittadinanza
Sul reddito di cittadinanza il presidente del Consiglio conferma il percorso per tappe successive: prima i due miliardi necessari per potenziare i centri per l’impiego. «Nella seconda fase verrà erogato il sostegno economico vero e proprio». Anche qui senza indicare tempi precisi. Persino sulle pensioni Conte resta sul generico. Non cita lo stop alla legge Fornero, contenuto nel contratto di governo. Anche se pare definito il meccanismo di «quota 100», almeno 64 anni d’età e 36 di contributi per lasciare il lavoro in anticipo rispetto alle regole di adesso. Conferma invece un intervento sulle «cosiddette pensioni d’oro», in particolare sugli «assegni superiori ai 5.000 euro netti mensili nella parte non coperta dai contributi versati». Ma sarebbe illusorio pensare a grandi risparmi. Le pensioni sopra quella soglia sono circa 10 mila, hanno un costo totale di 1,8 miliardi di euro. Un taglio del 10% porterebbe in dote 180 milioni di euro. Briciole per un programma dal costo stimato in circa 100 miliardi di euro.

Operazione in due fasi: il primo stanziamento ai centri per l’impiego
Sul reddito di cittadinanza il presidente del consiglio Giuseppe Conte conferma un percorso in due tappe. «Ci proponiamo, in una prima fase, di rafforzare i centri per l’impiego», cioè i vecchi uffici di collocamento sotto il controllo delle Regioni. Mentre «nella seconda fase, verrà erogato il sostegno economico vero e proprio». Per il potenziamento dei centri per l’impiego il contratto di governo prevede uno stanziamento da 2 miliardi di euro. I centri sono 550, in tutto hanno 8 mila dipendenti. Numeri molto più bassi rispetto ad altri Paesi europei: in Germania gli addetti sono 110 mila, 60 mila in Gran Bretagna, 50 mila in Francia. Potenziarli significherebbe fare nuove assunzioni e formare in modo specifico i dipendenti già in organico. Un’operazione non proprio immediata. Conte non indica una scadenza per la fase 2, cioè quando il reddito di cittadinanza entrerebbe nelle tasche di chi ne avrà diritto. Ma sottolinea che «non è assistenzialismo sociale», bensì una «misura orientata al reinserimento nel mondo del lavoro».

Legge Fornero, i 5 miliardi da trovare per cambiare le regole sull’età della pensione
Il punto numero 17 del contratto di governo è chiaro: «Pensioni, stop legge Fornero». Ma nel suo lungo intervento al Senato il presidente del consiglio Giuseppe Conte la legge Fornero non la cita nemmeno. Il meccanismo per superare le regole previdenziali introdotte dal governo Monti è indicato dallo stesso contratto: quota 100, e cioè 64 anni d’eta e 36 di contributi come soglia minima per lasciare il lavoro prima dei 66 anni e sette mesi previsti oggi, che diventeranno 67 anni a partire dl 2019.
Il contratto di governo prevede anche una seconda possibilità, e cioè i 41 anni di contributi, a prescindere dall’età anagrafica. Per tutto il pacchetto l’accordo tra Lega e M5S prevede un costo di 5 miliardi di euro l’anno. Ma il presidente Conte non ne parla, non dice quando partirà, né come verranno trovati quei 5 miliardi. Conferma invece l’intenzione di intervenire sulle «cosiddette pensioni d’oro» in particolare sugli «assegni superiori ai 5.000 euro netti mensili nella parte non coperta dai contributi versati».

La giustizia, la stretta sui reati: pene più severe e Daspo per i corrotti
«L’avvocato del popolo» Giuseppe Conte propone pene più severe (per i reati contro la pubblica amministrazione, la violenza sessuale e gli evasori), tempi di prescrizione più lunghi nei processi, nuove carceri, agenti sotto copertura anti-corruzione, «Daspo» per i funzionari corrotti, meno freni per la legittima difesa in casa, giro di vite sul conflitto di interessi. Questo è il programma sulla giustizia del premier che, nella replica, ha poi detto: «Che cosa è il giustizialismo? È la certezza della pena!». Così il presidente del Consiglio si è opposto alle obiezioni di merito sollevate in Aula da Matteo Renzi («Noi siamo garantisti, al vostro Davigo opponiamo Beccaria ed Enzo Tortora) e da Anna Maria Bernini di FI («Siamo preoccupati da questa parte del programma»). Ma su Conte, che prima di sbarcare a Palazzo Chigi ha sempre fatto l’avvocato, è arrivata la spallata dei colleghi penalisti: «Sulla giustizia un discorso pessimo… Si cerca di ottenere consenso facile», ha detto il presidente dell’Ucpi Beniamino Migliucci.

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