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Mag 27

Governi e maggioranze: l’eredità che ci penalizza

Fonte: Corriere della Sera

di Ernesto Galli della Loggia

Il rapporto tra esecutivo e volontà popolare espressa nelle elezioni è un rapporto «presunto»


L’ascesa di Draghi a Palazzo Chigi ha riproposto la congenita anomalia italiana nel modo in cui si formano da noi le maggioranze parlamentari e i governi. In tutte le altre grandi democrazie europee, infatti, le une e gli altri sono indicati più o meno direttamente dal responso delle urne attraverso una serie di accorgimenti di tipo maggioritario (sistemi elettorali o prescrizioni costituzionali ad hoc). Da noi no, nulla di tutto questo. Da noi, salvo una breve parentesi domina una legge elettorale proporzionale, sicché specialmente negli ultimi anni e come accade di regola con una simile legge, trovare una maggioranza che sia uscita più meno direttamente dalle urne è un’impresa pressoché impossibile. Nel nostro Paese il rapporto tra i governi e la volontà popolare espressa nelle elezioni è quindi divenuto sempre di più un rapporto per così dire presunto, ipotetico. Fino al punto che ormai ci siamo abituati all’idea che di fatto tutti possono governare con tutti, che gli accaniti avversari di ieri possono tranquillamente divenire gli alleati di oggi e viceversa. Con l’ovvia conseguenza che il numero e l’orientamento dei governi possono in tal modo moltiplicarsi a piacere — come di fatto è accaduto — e con quale benefico effetto per il buon nome della politica e dei partiti è facile immaginare.Sbaglierebbe però chi pensasse che si tratta di un fenomeno nato nel 1994 con la seconda Repubblica. Come testimonia la vicenda della legge maggioritaria con cui si svolsero le elezioni del 1953, un’idiosincrasia profonda, un rifiuto istintivo, per qualunque forma di maggioritario è presente fin dal primo capitolo della storia politica italiana. Ne è prova non tanto l’avversione (del tutto legittima) che si registrò allora nei confronti della legge suddetta da parte dell’opposizione ma il nome che questa le diede e che fu subito ed è sorprendentemente tuttora universalmente accettato: «legge truffa». In realtà di truffaldino nella legge non c’era proprio nulla: era il semplice principio del maggioritario che fu fatto passare per tale agli occhi degli italiani.Non basta. Insieme all’avversione per ogni possibile sistema elettorale maggioritario la democrazia italiana è cresciuta coltivando non dico il disprezzo ma certo la più totale sottovalutazione perfino per il semplice principio di maggioranza. Dal ’53 in poi, infatti, e per tutti i decenni successivi, ad ogni occasione generazioni d’italiani si sono sentiti ripetere come un mantra dal principale partito d’opposizione — il Partito comunista — che «con il 51 per cento non si governa». Il Pci lo diceva perché era consapevole che una propria vittoria elettorale, ancorché improbabilissima, assai difficilmente gli avrebbe consentito di accedere al potere, dal momento che il suo rapporto intrinseco con l’Unione sovietica avrebbe significato la sicura e immediata apertura di una crisi internazionale dalle conseguenze imprevedibili. Dal canto suo la Democrazia cristiana aveva interesse essa pure ad avvalorare un simile orientamento che implicitamente ratificava la sua egemonia sull’intero sistema politico.Il risultato, come si sa, fu la tendenza sempre più esplicita di tale sistema all’esatto contrario del maggioritario, cioè al consociativismo, alle «convergenze parallele», alle «larghe intese». Cioè a mettere da parte, smussare, addolcire, qualunque questione potesse comportare una contrapposizione tra maggioranza e opposizione, e viceversa la tendenza a cercare sempre ad ogni costo un compromesso: non già però sulle grandi questioni d’interesse nazionale — com’è giusta regola che accada tra maggioranza e opposizione nelle democrazie mature — bensì qui da noi su leggi e leggine di ogni tipo e misura, sulla spesa pubblica, sulla normativa la più varia, sulla distribuzione di tutti i posti. Insomma la tendenza a governare di fatto insieme. Ciò che peraltro — come in molti non mancarono subito di notare — era nel dna stesso del regime democratico-repubblicano italiano. La cui cellula germinale, era stata non a caso rappresentata da un accordo di vertice tra i partiti del Cln indipendentemente da ogni espressione e misura della volontà popolare, sicché in qualche modo esso non poteva che essere legato per sempre a questa sua origine. Che del resto non si vede quale altra avrebbe potuto essere.Ma la profonda repulsa della politica italiana nei confronti di una legge elettorale maggioritaria poggia su ben altro che sui lontani precedenti storici appena detti. Poggia sulla solidissima base rappresentata dalla nostra Costituzione, non a caso regolarmente invocata ogni volta che qualcuno si azzarda ad auspicare che grazie all’adozione di una qualche forma di maggioritario anche da noi i giochi per la formazione di una maggioranza e di un governo possano chiudersi la sera stessa delle elezioni per riaprirsi solo una sera di cinque anni dopo. Immediatamente, infatti, a questo punto salta su qualcuno ad ammonirci che «No, perbacco! in Italia la Costituzione prescrive che le maggioranze si facciano in Parlamento!».
In realtà stando alla lettera della Costituzione non è proprio così — dal momento che la Carta nulla dice a proposito di leggi elettorali — ma è così però nella sostanza. Tutti i modi che regolano il sistema dei poteri pubblici, del governo e degli altri organi costituzionali, la loro composizione e la formazione della loro volontà, tutti si fondano infatti o su fortissimi limiti imposti a tali organi (è il caso particolarmente macroscopico ad esempio del governo, il cui capo in quanto tale, cioè da solo, in pratica non può fare pressoché nulla, neppure nominare e licenziare i suoi collaboratori, cioè i ministri, i quali, del resto e non a caso, costituzionalmente non hanno affatto questa veste) ovvero, per funzionare a dovere, necessitano della più ampia base parlamentare o di forme varie di collaborazione (ad esempio quella assolutamente indispensabile tra il presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica che, a differenza del sovrano costituzionale del Regno d’Italia, è investito dalla Costituzione di poteri propri particolarmente penetranti). Nella nostra Costituzione, insomma, tutto quanto presuppone il rifiuto del maggioritario: un rifiuto che a dispetto del suo pessimo effetto sulle sorti del Paese sembra dunque destinato a dominare chissà ancora per quanto la nostra vita pubblica.

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